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Bruxelles/Europa divisa. La falsa partenza della Baronessa

di Martino Cristiano

C’era una discreta attesa per il debutto del Consiglio delle Relazioni Esterne dell’Unione. Si trattava infatti del primo incontro ufficiale dopo le elezioni dello scorso 19 novembre: quelle che hanno portato l’inglese Catherine Ashton, Baronessa di Upholland, a ricoprire l’incarico di Alto rappresentate dell’Unione per gli Affari Esteri e la politica di Sicurezza. Di fatto, il primo ministro degli esteri europeo a seguito dell’entrata in vigore del Trattato di Lisbona (1 dicembre 2009).
Tre i capitoli di dibattito all’ordine del giorno: 1. Gli aiuti Ue in seguito al terremoto di Haiti. 2. Eventuali nuove sanzioni all’Iran. 3. Il nodo afghano.
Appuntamento ghiotto, dunque, ma minato prima del debutto. La Baronessa era infatti già stata pesantemente criticata da più parti per non essersi recata di persona nell’isola caraibica. Non solo, si era pure trattenuta a Londra quando il suo ruolo le avrebbe vivamente consigliato di spostarsi a Bruxelles per coordinare gli aiuti delle varie cancellerie a favore dell’isola disastrata.

Già zoppa in partenza, la Ashton si è dunque presentata sullo scranno più alto del Consiglio rivendicando i numeri, certo importanti, del contributo europeo ai terremotati d’oltreoceano: 122 milioni di euro in aiuti umanitari, 1000 esperti, fra cui 12 squadre di ricerca, 2 ospedali da campo, 5 postazioni mediche, 38 squadre mediche leggere, 6 unità di purificazione dell’acqua, 5 squadre di valutazione dei danni, più di 1000 tende. Se la freddezza dei numeri induce al consenso, la personalizzazione dei vari stati europei nella fase di primo intervento ha rivelato la mancanza di potere e di coordinamento generale della signora Ashton. Non bastasse, il paragone degli interventi fra Unione Europea e Stati Uniti non ammette repliche. Due soli numeri: se Washington ha inviato 20.000 soldati, il Vecchio Continente si assesta a 300 gendarmi.
Circa il secondo punto all’ordine del giorno, poco da segnalare riguardo alla richiesta di una quarta tornata di sanzioni all’Iran in seguito all’ennesimo rifiuto della Repubblica Islamica per qualsiasi accordo di revisione del proprio programma nucleare.

Iran

Dopo che il portavoce del governo iraniano ha confermato che nel paese si è arrivati ad arricchire l’uranio al 20 per cento (ovvero la soglia minima per il suo impegno a fini militari), da parte francese si è spinto molto per la richiesta di nuove sanzioni. Ma la Baronessa ha cercato di placare gli animi francofoni rimandando ogni decisione dopo la prossima seduta del Consiglio di Sicurezza dell’Onu dove certamente la Cina farà sentire tutto il suo peso politico ed economico -e/o viceversa- facendo ostruzionismo in difesa dell’Iran.
Infine, il terzo punto in agenda. Giovedì (oggi, 28 gennaio 2010. Ndr) si apre a Londra l’attesa e, secondo alcuni, decisiva, Conferenza Internazionale sull’Afghanistan. Gli alleati si presentano nella capitale inglese con l’obiettivo di stabilire fasi certe in direzione del ritiro completo da Kabul, trasferendo contestualmente e gradualmente al governo di Karzai pieni poteri. Ma la strada verso l’autonomia afghana si presenta assai complessa. Se gli americani puntano a rafforzare la loro presenza militare nel paese, gli europei ancora una volta sono poco compatti. Il presidente francese Nicolas Sarkozy ha di recente confermato che non intende più mandare un solo soldato, la signora Merkel parla di “questione delicatissima”, il nostro premier Berlusconi si dice disponibile all’invio di nuove truppe. E’ dunque facile pronosticare che gli americani chiederanno all’Europa un maggior impegno economico a fronte di un contenuto invio di soldati in Afghanistan. Sarà in grado la signora Ashton di dare una risposta chiara a nome dell’intera Unione? Il dubbio è legittimo.
Nodo fondamentale per il successo della spedizione è questa fase di transizione che poggia su tre punti essenziali: rafforzamento delle istituzioni locali, formazione di soldati afghani, riconciliazione con i talebani non radicali.
Sul primo punto c’è molto da lavorare. Dopo le ultime dubbie elezioni che hanno confermato Karzai al potere, il neo premier di è visto respingere dal Parlamento numerosi ministri da lui proposti rimanendo ancora oggi con un governo zoppo. Inoltre, per motivi di sicurezza, le imminenti elezioni legislative sono state rimandate a data da definirsi. E rimandare delle elezioni non risulta sia salutare per nessuna democrazia al mondo. Quanto al recupero dei talebani dissidenti all’interno delle istituzioni, il presidente afghano sostiene di avere un piano. Pare si basi su interessanti offerte di lavoro per i talebani che disertano il fronte nemico. Per questa operazione Karzai si aspetta dagli alleati un aiuto economico tra i 500 milioni e il miliardo di dollari. Non poco. E, se la Germania ha proposto l’istituzione di un fondo pro Afghanistan, per la Baronessa Ashton di Upholland non sarà ancora una volta facile coordinare le mille cancellerie d’Europa.
Hamid Karzai

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