“Caino” in scena al Palazzo del Ghiaccio
di Raffaella Roversi.
Nel candore e nell’immensità quasi opalescente del Palazzo del Ghiaccio di Milano, è andato in scena “Caino”, prodotto interamente dal Teatro Valdoca, scritto da Mariangela Gualtieri e diretto da Cesare Ronconi. Nella struttura ariosa e leggera di questo spazio stile liberty, lo spettatore può confrontarsi con la pesantezza del male, dell’ombra, delle “memorie del sottosuolo” della nostra umanità, senza sentirsi inghiottito dalle tenebre rappresentate o risucchiato e schiacciato da spazi angusti.
Si, perché nell’immenso spazio che funge da palco, circondato da grosse tende bianche e rosse che talvolta si srotolano sulla scena, quasi presagi di fiumi di sangue versati inutilmente, viene rappresentata la storia del male, di come esso nasca e cresca dentro il corpo di Caino. E Caino, un tormentato e grande Dario Manfredini, vede con sgomento ingigantirsi l’ombra dentro di sé, ne sente l’ampiezza, il peso schiacciante che lo obbliga a trascinarsi lento, smarrito e spesso silenzioso, sulla scena. Lui, che non si sente inserito in nessuna legge di pace, che porta dentro il dramma di non sentirsi amato, di essere solo, di una profonda ferita.
Lui che semina come il fratello ma si accorge che Abele lo fa per offrire alla terra e per accogliere con umiltà ciò che essa produrrà, mentre lui semina perché soffre, perché ha un disperato bisogno di dare e ricevere, lo fa con rabbia, con disperazione, quasi con violenza. Sente la necessità di penetrare la terra, di manipolarla, di portarla a dare, a produrre secondo la sua volontà. E allora uccide il fratello, troppo fecondo di fronte alla sua sterilità d’animo. E per dimenticare, per allontanarsi, si mette a fare, quel fare meccanico, incessante, anestetizzante. Ed ecco che costruisce la prima città e poi continua, errando, con il suo fare spesso insensato o che produce violenza, ma che sembra tranquillizzarlo per un istante perché l’azione spazza via i dubbi.
E sulla scena si alternano musiche e suoni, talvolta armonici, quando un angelo fragile, Raffaella Giordano, e pieno di bellezza, gli si avvicina per curargli le ferite, talvolta cacofonici, quando l’ombra è avvolta dal dubbio e inciampa nel suo abisso, talvolta ancora bellici, quasi a ricordarci le guerre e le ingiustizie commesse dai tanti Caini che nel delirio di onnipotenza, hanno dimenticato per un istante “l’imperfetto” di cui sono stati fatti. E dopo atti cosi mostruosi, la scelta tra il bene e il male diventa esigua, la strada diventa a senso unico. Non si può più tornare indietro, ora la forza dei Caini sarà il male. E Lucifero, Leonardo Delogu, vigoroso e quasi primordiale, che attraversa la scena talvolta con passo da animale reietto talvolta da signore del mondo, inciterà i Caini al potere, al successo allontanandoli per sempre dalla loro grande ferita e quindi da se stessi.
A poco serve la voce pacata e materna della viandante stanca, Mariangela Gualtieri, che tra l’onirico e il reale vede e conforta la mano di Caino che fa meraviglie e prova a frenarla quando semina distruzione. Intanto sulla scena, un coro di giovani attori e danzatori, aggiunge pennellate cromatiche e dinamiche a questo immenso affresco del nostro percorso attraverso i secoli, che ci vede adesso come ieri, cosi tanto simili a come è stato Caino migliaia di anni fa.
Un plauso a tutta l’equipe che, in due anni di intenso lavoro, è riuscita a scandagliare in una verticalizzazione abissale, una parte dei nostri animi.
Palazzo del Ghiaccio -Milano – per la stagione teatrale Teatro della Luna














