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Intervista ad Andrea Morrone – Presidente del comitato referendario “Firmo Voto Scelgo”

di Matteo Marini.

<<Questa legge qua l’ho scritta io ma è una porcata, glielo dico francamente>> si esprimeva così negli studi di Matrix, l’allora Ministro per le Riforme Istituzionali, Roberto Calderoli, riguardo la legge elettorale che aveva ideato lui stesso sul finire della legislatura 2001-2006. Si trattò di un vero e proprio stravolgimento perché si andavano ad agire su diversi punti salienti: abolizione dei collegi uninominali; introduzione delle liste bloccate (non si vota più un candidato ma la lista decisa dai capi partito ndr); introduzione del premio di maggioranza (alla lista che ottiene la maggioranza relativa dei voti ndr) ma non finisce qui. Si stabilisce l’obbligo, contestualmente alla presentazione dei simboli elettorali, per ciascuna forza politica di depositare il proprio programma e di indicare il proprio capo e la possibilità di apparentamenti, creando delle coalizioni. L’ultimo punto, il più ostico, è la soglia di sbarramento al 4%, requisito minimo – per un partito – affinché possa entrare in parlamento. Davanti a questa che per molti è un abominio legislativo, si sta muovendo un’iniziativa referendaria volta a mettere la parola fine a una delle pagine della nostra storia costituzionale. Nonostante sia “patrocinata” da personaggi come Arturo Parisi, Mario Segni e partiti come l’Idv, il Presidente del Comitato promotore di tale proposta (“Firmo Voto Scelgo”) è tutto fuorché un dirigente di partito o un dinosauro della Prima Repubblica. Si chiama Andrea Morrone ed è Professore Ordinario di Diritto Costituzionale all’Università di Bologna. Il Democratico oggi lo ha intervistato.

Andrea Morrone

Ci può ricordare come e quando nasce la vostra iniziativa referendaria?

«L’iniziativa referendaria nasce il 13 giugno di quest’anno, poche ore dopo che ho ricevuto la notizia che i referendum sull’acqua, sull’energia nucleare e sul legittimo impedimento avevano raggiunto il quorum dopo 16 anni nei quali appunto l’invito a disertare le urne aveva affossato tutte le iniziative referendarie. A quel punto ho avuto una conversazione telefonica con Mario Segni e Arturo Parisi e mi hanno chiesto di confezionare i quesiti e da lì poi è partita la nostra iniziativa. Ci tengo a precisare che questa è un’iniziativa che ha alle spalle il fatto che gli italiani si sono riappropriati dello strumento del referendum abrogativo e che quindi ha legittimato la volontà di abrogare la Legge Calderoli, la legge porcata come il suo stesso autore l’ha definita e cancellare quindi questo sistema elettorale che consegna agli elettori un parlamento di nominati e sottrae ad essi il diritto di voto – costituzionalmente garantito – di scegliere i propri rappresentanti».

Un leader politico come Paolo Ferrero, sconfessa i vostri intenti affermando che con la vostra proposta si ritornerebbe al Mattarellum ed invita a non firmare per il vostro referendum. Ci vuole evidenziare quelle che potevano essere le differenze tra l’iniziativa referendaria (oramai terminata) portata avanti dal Professor Passigli e la vostra?

«L’iniziativa di Stefano Passigli è un’iniziativa che non elimina integralmente la Legge Calderoli perché cancella soltanto il premio di maggioranza. Restano le liste bloccate, che sono la cosa peggiore della legge porcata poiché, con le liste bloccate, gli italiani non scelgono i propri rappresentanti ma mettono una X su nomi scelti da altri e quindi “ratificano” il parlamento dei nominati da parte delle segreterie di partito. L’esito è quindi un sistema proporzionale con lista bloccata e una soglia di sbarramento al 4% (bisogna superare questa percentuale affinché una lista entri in parlamento ndr). Il risultato, come si può evincere da questo ragionamento, non è lontano dal modello politico che avevamo conosciuto nella cosiddetta Prima Repubblica, nel quale sostanzialmente gli elettori si limitavano a votare i partiti con l’aggravante – nel caso del referendum Passigli – che non continuerebbero a scegliere i loro rappresentanti».

Per quanto riguarda il vostro, invece?

«Il nostro referendum ha un altro obiettivo. Noi vogliamo cancellare totalmente la Legge Calderoli e soprattutto i suoi difetti maggiori quindi non solo il premio di maggioranza ma anche la lista bloccata ed è qui il vero punto della questione. Abolendo la lista bloccata, come anche il premio di maggioranza, serve a ridare la possibilità agli elettori di scegliere. Come? Attraverso il collegio uninominale, che era la caratteristica del precedente sistema elettorale, di modo che si consenta all’elettore la scelta dei candidati e ai candidati – qualunque essi siano – di confrontarsi nei territori e di conseguenza con gli elettori. Non sono più, per intenderci, i partiti che scelgono a prescindere dagli elettori ma i partiti che attraverso un confronto nei territori, con la base (una cosa fondamentale) provano a selezionare i candidati per l’elezione del parlamento».

Come giudica il fatto che il Pd, anche in questo caso, non si è schierato come un sol uomo ma ha mandato avanti qualche esponente singolo come il suo coordinatore politico, l’on. Arturo Parisi?

«In realtà il Pd non ha mandato avanti Arturo Parisi, poiché Parisi non si riconosce più nel suo partito. E’ andato avanti da solo, con la sua autonoma iniziativa. Al di fuori del partito. Il Pd si è sostanzialmente spaccato, vivendo una contraddizione interna fortissima tra un’anima – che fa capo all’attuale segretario come anche a Massimo D’Alema e a Luciano Violante – che ritiene che il migliore sistema politico per il nostro paese, sia quello della cosiddetta Prima Repubblica nel quale i partiti, indipendentemente dagli elettori, fanno e disfano i governi all’interno del parlamento secondo interessi politici contingenti. L’altra anima – che si identifica in Veltroni, Castagnetti, la Bindi – che invece crede in una democrazia dell’alternanza: l’idea che il Pd, insieme al Pdl debbano alternativamente contendersi il governo del paese sia pure con l’alleanza di altri gruppi. Ricapitolando: le due anime dei democratici (una consociativista, l’altra maggioritaria) rispetto alle quali evidentemente il segretario fa molta fatica a trovare la quadratura».

Tornando al referendum, le stesse preferenze che vorreste introdurre e che vengono considerate da molti come un segno di democrazia alcuni anni fa venivano criticate per la possibilità di voto di scambio. Il rischio di questa pratica rimane anche oggi. Cosa è cambiato da allora? Non c’è lo stesso rischio anche oggi?

«Attenzione, dobbiamo distinguere le preferenze in un sistema proporzionale, quelle che erano conosciute quando si votava prima del ’93 e gli elettori davano i voti ai partiti esprimendo fino a quattro preferenze, dal collegio uninominale. Quest’ultima soluzione, introdurrebbe la presentazione dei candidati, ciascuno con la propria faccia, davanti l’elettore il quale sceglie il migliore colui cioè che deve vincere il seggio assegnato al suo collegio di riferimento. Basti guardare l’esperienza inglese del Regno Unito e quella tedesca (con proporzionale e collegi uninominali) e si dimostra che vi è un forte rapporto candidato-territorio e il voto di scambio è molto ridotto rispetto al proporzionale. Bisogna quindi, secondo me, tenere bene distinte queste due situazioni».

Leggevo una dichiarazione di qualche settimana fa proprio del Professor Passigli, il quale afferma che un eventuale avvallo della vostra iniziativa referendaria può essere radicalmente negativo “non risolvendo né il problema delle liste bloccate (i candidati nei collegi sono pur sempre scelti dalle segreterie di partito) né di evitare che il Collegio uninominale a turno unico della Mattarella produca gli stessi effetti del Premio di maggioranza (e cioè coalizioni troppo ampie e disomogenee incapaci di governare)”. Condivide questa analisi?

«No, penso che questa analisi sia non corretta. Oggi, con il Porcellum, si è costretti a stare insieme per ottenere quel voto in più che ti consente di vincere il premio di maggioranza. Noi oggi siamo quindi costretti a trovarci di fronte coalizioni coatte e quindi formate non perché condividano comuni programmi di governo ma sostanzialmente per stare insieme e vincere contro l’avversario mentre invece, basta guardare l’esperienza del ’96 e del 2001 quando si votò con la Legge Mattarella, per dimostrare come – in realtà – le coalizioni si facevano intorno a programmi di governo e ci si accordava sui contenuti anche perché non c’era un premio di maggioranza in gioco. Bisognava conquistare i collegi individuando il candidato migliore e per fare questo c’era comunque la necessità, alla base, di un programma solido. La versione quindi di Passigli non coglie nel segno. Noi cancelliamo le liste bloccate, cancelliamo il premio di maggioranza, cancelliamo cioè un sistema elettorale che impone coalizioni forzate. Ciò che noi vogliamo ottenere è totalmente l’opposto: coalizioni – per non deprimere ovviamente un sistema politico plurale qual è quello italiano – ma che siano costruite intorno a programmi politici da sottoporre in modo condiviso agli elettori».

Un appello al voto, all’adesione…

«Abbiamo ancora pochi giorni per dare agli italiani il diritto di scegliere i propri rappresentanti in parlamento. Se questo referendum non raggiungerà, il 30 settembre, le 500mila firme che sono necessarie, saremo costretti nel 2013 (se la legislatura non finirà prima) a rivotare ancora quella legge porcata e avremo ancora una volta un parlamento di nominati, un governo debole (qualunque colore politico possa avere). Un parlamento così composto, capite bene che non è un parlamento che ha solidi radici democratiche, quelle che sono necessarie per poter non solo governare l’Italia ma governare l’Europa e insieme ad i partner europei».

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