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Partito Democratico: da “Si può fare” a “Io speriamo che me la cavo”

di Armando Pascale.

«Il Partito Democratico intende contribuire a costruire e consolidare, in Europa e nel mondo, un ampio campo riformista, europeista e di centrosinistra, operando in un rapporto organico con le principali forze socialiste, democratiche e progressiste e promuovendone l’azione comune» (“Manifesto dei valori” del Partito democratico approvato dal partito il 16 febbraio 2008)

Correva l’anno 2007 quando, sotto il governo di Romano Prodi, le forze della maggioranza di centro sinistra decisero di mettere in atto un progetto in cantiere da diversi anni: la creazione di un partito che potesse fungere da catalizzatore della sinistra moderata e democratica e da contrappeso al più compatto centro destra del suo padre padrone Berlusconi. Eterogenee furono le correnti fondatrici del Partito, ma, i due filoni principali furono quelli dei Democratici dei sinistra e della Margherita. La realizzazione di una compagine partitica unitaria fu accolta con entusiasmo da tutti gli analisti del sistema politico. Le radici dell’insuccesso della sinistra si diceva, risiedevano nella sua frammentazione in un microcosmo di correnti e formazioni nate dalla destrutturazione del sistema partitico all’inizio degli anni’90 con la fine dello storico “duopolio”partito socialista-partito comunista. Negli anni a venire così, i politicanti seduti sugli scranni a sinistra dell’emiciclo si presentarono divisi in gruppi e partiti dall’improbabile amalgama. DS, Pds, Margherita, Ulivo, asinello; flora e fauna scomodate per improbabili sigle elettorali. Nel 2007 la svolta: il partito democratico nasce con la speranza di portare una ventata di aria fresca nel sistema politico italiano. Il primo step è la democratizzazione interna: l’utilizzo delle primarie aperte per la designazione del leader di partito è lo strumento che vuole distinguere il neonato partito dal centro destra “imago berlusconis”. Anche la scelta del nome del partito non è casuale: si guarda all’America e al suo storico partito progressista e liberale.

Ma del partito democratico americano, quello nostrano prenderà il nome e poco altro. Pochi mesi dopo, finita la fase di gestazione del partito, questo si presenta alle elezioni del 2008 con l’accattivante slogan “si può fare”, mutuato da un senatore di colore dell’Illinois che nel contempo infiammava i comizi d’oltreoceano. Ma quel così poco originale lascito dell’allora segretario Franceschini e company fu il canto del cigno di una creatura politica nata vecchia.

Con la sconfitta elettorale del 2008 il Partito democratico ha iniziato la sua discesa negli inferi. Difatti, se Atene piange Sparta non ride. E verrebbe da chiedersi chi sia Atene e chi sia Sparta. Se Berlusconi è alle prese con un continuo braccio di ferro con la magistratura, il Pd non se la vede meglio. Lo scandalo che ha travolto Filippo Penati e i vertici del Partito è solo l’ultimo di una trafila di eventi che hanno inabissato la credibilità del partito e del suo leader poco carismatico, Pierluigi Bersani. E’ forse questa la sconfitta più grande del partito democratico: l’aver fallito nel sensibilizzare il suo potenziale elettorato, quell’intellighenzia italica che storce il naso alla sola vista del volto tirato del cavaliere, quella fetta d’Italia sedicente colta che attendeva un salvagente progressista. Ma il Pd non è stato questo. Scandalo dopo scandalo ha mostrato di essere fatto della stessa pasta di chi lo aveva preceduto. Dopotutto il regno di Dario Franceschini non era iniziato sotto i migliori auspici. Già nel 2009, il Pd dovette affrontare lo scandalo “locale” delle tessere gonfiate in Campani; per qualche misterioso motivo in molti comuni della provincia di Napoli i numeri delle tessere sottoscritte superò quelli dei voti conseguiti dai candidati Pd alle comunali. Un incendio locale? No, una scintilla in una tanica di benzina. Da Marrazzo a Tedesco (il senatore Pd indagato per il “sistema della sanità” in Puglia, a Penati. Già Penati, il pezzo grosso finito nell’occhio del ciclone per le presunte tangenti percepite nell’affare relativo all’area Falk, una complessa indagine che avrebbe fatto luce sul “sistema Sesto”, una machiavellica commistione tra politica e imprenditoria che coinvolgerebbe nomi eccellenti del Partito.

A proposito di caso Penati, l’affare sembra farsi sempre più intricato. Stando a quanto pubblicato su “Panorama” vi sarebbe un “uomo ombra” a tessere le fila dell’affare falck. Si tratta di Gian Paolo Salami, imprenditore e politico, ex sindaco di Sassuolo e gestore, per mezzo di una società da egli presieduta, di una cospicua parte dei beni intestati al Pd. Nel 2002 due società di Salami, la Aesse e la Fingest avrebbero incassato 2,4 milioni di euro per consulenze inesistenti, soldi destinati a finanziare i vertici romani del partito. Salami avrebbe sempre agito nell’ombra, incassando da una parte onerose consulenze e, dall’altra, tentando di accaparrarsi sostanziose quote di aziende vicine al Partito.

Insomma non c’è pace per il Partito democratico e, le parole dell’incipit del manifesto dei valori con cui si è simbolicamente aperto l’articolo sono lo specchio di delusioni e promesse non mantenute. Gli obiettivi ivi declarati sono rimasti malinconicamente sulla carta. Con l’appropinquarsi delle ancora lontane consultazioni elettorali del 2013 ci sentiamo di suggerire un altro slogan a Bersani & co. Che invece di guardare Obama non sia meglio più umilmente guardare a Paolo Villaggio e dire: io speriamo che me la cavo?

(Foto da internet, i proprietari contrari alla pubblicazione possono scrivere alla redazione)

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