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Caso Sebai/ Qualcosa sembra muoversi

di Armando Pascale.

Ezzedine Sebai

La fine dell’anno solare è stata segnata da importanti novità sul fronte giudiziario. La suprema corte di cassazione si è infatti pronunciata con tre importanti sentenze afferenti al caso. La prima sentenza concerne Tinelli e statuisce la riapertura del processo presso la corte d’appello dei minori di Potenza. Con questa sentenza la corte radica definitivamente la competenza presso il capoluogo lucano i cui giudici, in passato, avevano avuto modo di denegare la loro competenza territoriale. La seconda sentenza concerne invece Nardelli. Con questa pronuncia la suprema Corte cassa le precedenti sentenze nella parte in cui l’imputato veniva condannato al pagamento delle spese. Allo stesso modo della precedente, la sentenza in esame costituisce la chiave per il processo di revisione, da celebrarsi presso la medesima corte di appello di cui sopra. Le sentenze si riferiscono rispettivamente agli omicidi Valente e Commesatti. Per quanto riguarda la condanna del Tinelli, l’avvocato Defilippi non manca di sottolineare ancora una volta l’incongruenza dell’impianto accusatorio fondato sull’assurda ipotesi di correità del Tinelli. Una correità che proprio non si riesce a inquadrare nella dinamica degli omicidi di un “sexual serial killer”, come a suo tempo fu definito il Sebai dai periti di Bari (il cui articolo, di notevole rilevanza scientifica è stato pubblicato su un importante rivista del settore).

Nella terza sentenza, i giudici del Palazzaccio riconoscono ancora una volta la competenza di Potenza e, allo stesso tempo riconoscono essere il processo di revisione già pendente.

Il legale sembra a questo punto porsi una domanda appena inquietante: se i giudici di Potenza (che hanno rigettato ab initio numerose istanze di revisione), come quelli di Bari, sembrano essere i responsabili delle tangibili disfunzioni della macchina della giustizia palesatesi in questo caso, non sarebbe stato meglio radicare la competenza per la revisione presso un giudice del nord?

“Anticipo che presenterò un istanza per la rimessione del processo a Potenza” prosegue l’avvocato Defilippi. I motivi che fonderanno l’istanza si fondano sulla “legittima suspicione” che un giudice che ha già bocciato delle istanze di revisione relative al medesimo caso possa pronunciarsi con coerenza e razionalità. L’eventuale accoglimento dell’istanza di rimessione determinerà lo spostamento della sede del rito processuale presso un’altra sede. Ma a questo punto, data la presenza del fumus boni iuris a favore dei condannati, perché non sospendere la pena? Dopotutto questo caso sembra ribaltare consolidati principi giuridici che vogliono i soggetti condannati in via definitiva presuntivamente colpevoli. Un ipotesi già avanzata a suo tempo dal procuratore generale della Corte di appello di Bari, che però, non ha avuto alcun seguito.

Il caso Sebai continua a gettare luce sugli inveterati mali della giustizia in Italia. Nel corso degli articoli precedenti questa redazione ha avuto modo di soffermarsi sulle abnormità processuali poste in essere dalla magistratura. In questa sede è intenzione rimarcare la difficoltà con cui in Italia si celebrano i processi penali di revisione. Difficoltà figlie del mito dell’intangibilità della cosa giudicata di cui ancora si nutrono gli operatori del diritto del belpaese.

Intanto, mentre la palla passa nuovamente alle istanze di secondo grado, due “presunti innocenti” continuano a marcire in carcere.

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