Pd/ Lusi, un senatore dalla mano lunga
di Armando Pascale.
Ancora uno scandalo. Nel Pd le questioni morali, si sa, non sono un affare nuovo. Questa volta però la dissociazione dell’establishment del partito di Bersani è ferma e irremovibile, coinvolgendo trasversalmente anche i vecchi alleati rutelliani. Forse, questa volta, i leader del centro sinistra passati e presente non ci tengono proprio a essere marchiati con l’ennesima nota di biasimo da parte della pubblica opinione.
Tutto il centro sinistra si chiude dunque a riccio per isolare Luigi Lusi. il senatore del Pd, avvocato romano cresciuto alla corte di Rutelli in quel del comune di Roma, è accusato di aver gettato ancora una volta letame sul buon nome del Partito Democratico. L’onorevole Lusi non è proprio un “Carneade” né uno dei tanti faccendieri della politica. L’onorevole risulta cointestatario insieme ad alcuni colleghi dei marchi “Ulivo- Partito democratico” e “Il Partito Democratico”, registrato presso l’Ufficio italiano Brevetti e marchi e curiosamente destinato a essere utilizzato per carta, cartone e prodotti in queste materie, non compresi in altre classi; stampati; articoli per legatoria; fotografie; cartoleria; adesivi (materie collanti) per la cartoleria o per uso domestico” nonché per educazione; formazione; divertimento; attività sportive e culturali. organizzazione di esposizioni per scopi culturali o educativi noleggio di videocassette”. Insomma una operazione di branding che sulla carta ha poco a che fare con la politica.
Le accuse sono pesanti: appropriazione indebita della cospicua somma di 13 milioni di euro, reato la cui consumazione iniziava nel 2006, ai tempi della Margherita, e perpetrata fino a tempi recentissimi stando alle fonti più accreditate. Denaro che il già tesoriere del Pd doveva gestire a titolo di rimborso elettorale e che invece è finito a rimpinguare il già grasso portafoglio dell’onorevole. Un vero e proprio salasso agli stessi elettori del Partito.
Il senatore Lusi latitava già da qualche giorno dalle aule di palazzo madama e così, la Presidente del gruppo Anna Finocchiaro, riunito l’ufficio di Presidenza del gruppo, ha deliberato la somma sanzione che si possa infliggere a un Parlamentare: l’esclusione dal gruppo. Non va meglio sul fronte giudiziario dove il senatore si è visto respingere dal pm l’offerta di patteggiamento formulata: 1 anno di reclusione è stata ritenuta sanzione poco congrua per la gravità del reato posto in essere, e anche la garanzia fideiussoria presentata da Lusi a copertura di 5 milioni di euro quale parziale ristoro per il partito è stata ritenuta insufficiente, anche perché fornita da un soggetto finanziario poco credibile, la società “Confidi mediterraneo” con sede in Roma, non iscritta nell’apposito albo dei garanti previsto dal testo unico bancario. Dura lex sed lex.
Intanto si profila la esclusione anche dal partito. Una vera e propria “interdizione dell’acqua e del fuoco” dunque per il senatore per il quale si profila l’espulsione dal partito e, se il buon senso avrà la meglio (cosa che è ragionevole predire data l’ammissione di responsabilità insita nella richiesta di patteggiamento), le dimissioni dalla carica di senatore.
Una vicenda a dir poco incresciosa che porta alla ribalta il tema del bilancio dei partiti e dei rimborsi elettorali, la cui bozza di legge giace negli archivi delle aule parlamentari ormai da luglio.
Ma la vicenda potrebbe nascondere retroscena ancora più inquietanti di quelli apparenti. Le indagini coordinate dal procuratore aggiunto Alberto Caperna e dal sostituto Stefano Pesci, con l’ausilio del nucleo tributario della Guardia di finanza, avrebbero richiesto l’acquisizione dei documenti contabili della Margherita sondando la possibilità di apertura di nuovi profili inquisitori. E’ un fatto che la Procura sia convinta che guardare nei resoconti 2008-2011 della Margherita potrebbe riservare delle sorprese. E magari anche aiutare a capire per quale motivo né il presidente del Comitato di tesoreria Giuseppe Bocci, né il collegio dei revisori dei conti (Giovanni Castellani, Mauro Cicchelli e Gaetano Troina), ebbero mai ragione di mettersi in allarme. Vi sarebbe il fondato sospetto, da parte dei magistrati, che altro denaro sia stato veicolato all’estero mediante conti o società.













