EDITORIALE/ Fino a pochi mesi fa i mali italiani avevano un unico e solo responsabile
di Armando Pascale.
Fino a pochi mesi fa i mali italiani avevano un unico e solo e responsabile: Silvio Berlusconi, il Premier pluriprocessato che impallidiva la nostra immagine nel mondo, che faceva incrementare lo spread solo con le sue battute, che con le sue arringhe riusciva ad attirarsi le ostilità di massa, e ancora, il premier che vessava giovani donne pronte a tutto per entrare alla sua corte, fosse questa un comodo scranno di Montecitorio o gli sfavillanti studi televisivi Mediaset. Negli ultimi mesi del suo governo, in diabolica coincidenza con l’avvento del movimento indignado mondiale era maturato sulla rete, come oggi si conviene anche nelle dittature, un movimento di opinione pronto a puntare il dito indicatore, con toni che definire veementi sarebbe un eufemismo, contro ogni malefatta di quel bizzarro imprenditore di cui ormai da più parti si chiedeva la testa. Sulla “forca” il cavaliere alla fine ci dovette salire, ma “per senso dello stato” ripeté più volte. Regole della democrazia, governanti che si avvicendano, oppositori che fanno altrettanto usando l’arma della critica quando si trovano ad occupare la poltrona più scomoda.
Certo, regole della democrazia, ma dove è finito quel movimento forcaiolo che con tanta insistenza chiedeva la destituzione di quello che ormai era diventato il padre padrone della politica italiana? La domanda è curiosa: anche perché il primo ad aver concluso la sua discesa agli inferi pare proprio il cavaliere. Le sue dimissioni hanno forse del tutto messo la parola fine alla sua avventura politica. Questioni di anagrafe, ma non solo. Il profondo segno che nel bene e nel male Berlusconi ha lasciato nel sistema politico pare essere già stato dimenticato, assorbito in un inspiegabile oblio che getta ombra sulla sua pesante eredità. Recentemente in una delle sue rare dichiarazioni avrebbe confermato la volontà di farsi di parte e ha cooptato come suo successore il delfino in pectore Angelino Alfano.
Ma l’oblio di Berlusconi non è dovuto solo alla sua scelta personale. Troppo pesante il suo lascito per essere lasciato in toto ad Alfano in un momento di transizione politica. A contribuire ad una progressiva “normalizzazione” dell’immagine di Berlusconi è quello stesso popolo della rete che fino a novembre lo voleva abbattere e che, riuscito per vie traverse nel suo intento, è rifluito direttamente in un frammentato coro di esponenti di particolarismi vari che trova ora la sua valvola di sfogo nella contestazione contro il governo Monti. Ecco allora che il bersaglio sono diventati quei professori e tecnocrati che ancora non sanno bene come si sono trovati a guidare il paese. “Can this man save Europe?” titola l’autorevolissimo Time alludendo all’uomo che in Italia è già visto come un appestato. Appestato non lo è più invece Berlusconi le cui vicende giudiziarie sono diventate improvvisamente materiale di poco conto per ogni sedicente osservatore politico. Ecco allora che non si parla più di Ruby, Mills, di processi e magistrati, tutta roba finita nel cono d’ombra sicchè nessuno, c’è da giurarlo, si prodigherà in eccessive proteste sotto il palazzo di giustizia di Milano per stigmatizzare la viltà di quei magistrati che lo assolveranno.
Chi invece sulla graticola ci è già finito è il senatore Lusi che in un susseguirsi di apertura di nuovi filoni di inchiesta risulta il principale indagato della maxi appropriazione indebita consumata danno della Margherita. Eppure anche qui la reazione di quelli che erano stati i più ferventi anti berlusconiani pare essere più composta. Tra le voci di dissenso più note e accese c’è sicuramente quella di Gad Lerner, il quale dal suo “postribolo televisivo” (come ebbe a definirlo illo tempore Berlusconi) dedica un intera puntata all’affare Lusi dimenticandosi del suo ruolo di portavoce della Margherita ai tempi delle elezioni del 2006. Una pecca di onestà intellettuale? Certo è che in una successiva intervista Lerner si smarcava ancora una volta puntando il dito contro il rutelliano onorevole che rubava alle casse del partito quando tutti guardavano altrove.
Il travagliato caso Lusi ha comunque riaperto un antica ferita del tessuto normativo: la mancanza di una riforma delle legge sui rimborsi elettorali e sul sistema di finanziamento pubblico ai partiti. Una riforma necessaria atta a prevenire il ripetersi di casi Lusi, perché di Lusi forse ce n’è più di uno… Solo qualche dettaglio è possibile qui riportare sulla evoluzione della normativa riguardante la materia: nel 1974 la c.d “legge Piccoli” introduce in Italia il finanziamento pubblico dei partiti presenti in Parlamento e il contestuale obbligo di iscrizione delle somme ricevute a bilancio. La norma voleva creare una barriera tra i partiti e i grandi potentati economici ma non riuscì ad evitare la commistione e la collusione tra i due estremi (vedi casi Lockheed e Sindona). Fu il Partito liberale unico fervente oppositore in parlamento dell’approvazione della legge a farsi interprete dei malumori creati dalla stesso promuovendo un referendum nel 1978, quel referendum non raggiunse il numero di firme necessario e il progetto fu accantonato. Solo nel 1993 un referendum promosso dai radicali nel clima di sfiducia di tangentopoli riuscì a imporsi con un sonoro 90% di favorevoli all’abrogazione. Era l’inizio dei finanziamenti mascherati sotto la facciata di “rimborsi elettorali” un metodo che con la legge del 1998 faceva rivivere totalmente la vecchia legge Piccoli. Un meccanismo poco trasparente che con il tempo ha favorito i partiti dotati di una base elettorale forte riversando su di essi una valanga di soldi pubblici. Il partito però, è bene precisato non è e non può essere un ente pubblico, le sue importanti funzioni infatti non trovano accoglimento in una legge che ne riconosca l’infungibilità nell’arena politica, esso rimane dunque una associazione di diritto privato destinataria di cospicue risorse pubbliche. Ed è ad un partito, e non allo Stato, che Lusi ha messo le mani nella cassa.







