Condividi

Misteri/ Il caso El Moncayo

di Umberto Visani.

Introduzione

Come è stato fatto notare in passato da studiosi del calibro di John A. Keel e Jacques Vallée, le semplici statistiche concernenti la quantità di incontri ravvicinati (dal primo al quarto tipo) sono piuttosto fuorvianti, dal momento che da esse è esclusa tutta una serie di incontri i cui protagonisti tendono a non raccontare a terzi per vari motivi (su tutti il timore di non essere creduti). Ecco così cadere nell’oblio una mole di resoconti che, se venissero alla luce, potrebbero fornire un quadro maggiormente chiaro del fenomeno Ufo inteso nel suo complesso.

A volte, tuttavia, capita che esperienze da tempo nascoste nel proprio io possano essere condivise, specie quando si incontra una persona che, per la propria attività svolta, induce a lasciare da parte ogni eventuale remora avuta sui possibili effetti del raccontare ad altri quanto successo.

Ciò è quanto accaduto al professor Chadien D. Blako, ricercatore argentino di Chapadmalal ed esperto di culti pagani e ritualistica medievale.

Morti inspiegabili

Era il 1999, il professor Blako si trovava a Malaga per un seminario sull’arte gesuita sudamericana. Tra i vari partecipanti incontrò un certo don Alfonso Orlindo, egli stesso pittore fin da tenera età. I due iniziarono a conversare di arte, e il professor Blako palesò a don Orlindo il proprio interesse per i riti pagani associati al fenomeno delle mutilazioni animali misteriose, tematica sulla quale stava scrivendo un saggio. Sentendo ciò, don Orlindo venne colpito da vivo interesse e disse al professor Blako di essere stato in prima persona testimone di un evento estremamente inconsueto.

Era il 9 febbraio 1987, don Orlindo si trovava nella sua chiesa sulla cordigliera del Moncayo, sita tra Castiglia, Leon e Aragona e costruita nel 1889 da una comunità di Gesuiti, da allora punto di ritrovo per i montanari credenti nella zona. Il clima era gelido, sottozero, e il paesaggio era ricoperto dalla neve caduta nottetempo. Don Orlindo stava passeggiando sul sagrato, quando si accorse della presenza di un animale morto che emergeva dal manto nevoso. Incuriosito, si avvicinò alla creatura e si accorse trattarsi di un avvoltoio. Nulla di strano, non fosse che l’animale era in uno stato mai visto prima per nessun cadavere: bruciato, scorticato, come se fosse stato sottoposto a una temperatura elevatissima, al punto che le viscere stesse erano carbonizzate.

Le sorprese, però, erano lungi dall’essere finite. Mentre esaminava l’animale, infatti, don Orlindo si accorse che ve ne erano molti altri nelle immediate adiacenze. Fu così che, con stupore misto a paura, don Orlindo tirò fuori dalla neve una quarantina di avvoltoi, tutti morti a causa dello stesso inspiegabile calore improvviso. Don Orlindo, inoltre, ben ricordava come il giorno prima le bestie non fossero presenti e, a giudicare dall’odore pungente, la morte doveva essere occorsa nelle ore notturne.

Il religioso, non trovando alcuna spiegazione naturale, pensò trattarsi di un qualche segno divino. In ogni caso, per evitare l’arrivo di predatori che si gettassero sulle carcasse degli avvoltoi deceduti, accese un fuoco e bruciò tutte le bestie, spargendone poi le ceneri dinnanzi alla chiesa.

La nube purpurea

Sul punto di tornare dentro la chiesa, egli si accorse che il cielo si stava rischiarando e tutte le nuvole si stavano diradando, ad eccezione di una, che continuava a rimanere stazionaria sopra il cimitero. Intorno a essa, particolare curioso, un uccello continuava a compiere evoluzioni concentriche, senza “osare” entrare all’interno della nube. Dopo una serie di giri, l’uccello finalmente si immerse nella nube e, con orrore di padre Orlindo, dopo pochi secondi cadde a terra stecchito.

Stupefatto da quanto stesse accadendo, il prete si avvicinò all’uccello morto, un astore, e notò come il petto dell’animale fosse stato aperto di netto, mostrando le viscere, carbonizzate come il piumaggio e le zampe, le quali da gialle erano diventate nere come il carbone.

Presumendo un intervento demoniaco, don Orlindo corse all’interno della chiesa recitando delle preci. Ci vollero alcuni minuti prima che il religioso ardisse anche semplicemente guardare fuori. Non notando nulla di sospetto, don Orlindo tornò nel sagrato. La strana nuvola era sempre lì: l’uomo volse la mente all’episodio della nuvola di Ezechiele, per quanto quella presente sopra di lui non emettesse fiamme né vi fossero figure animali che discendessero dalla medesima.

Il religioso si inginocchiò e cominciò a pregare. Così stette per circa due ore, mentre l’oggetto continuava a rimanere nella medesima posizione. Le sensazioni di pace provate da don Orlindo furono molto forti; non solo pace interiore, ma anche quiete esteriore, come se il tempo si fosse fermato e tutta la natura fosse immota (nella casistica ufologica si tratta di un elemento ricorrente, cui nel 1983 la studiosa inglese Jenny Randles ha dato il nome di “Oz factor”, dal nome della landa di cui al romanzo “Il Mago di Oz”).1

Fu in questo silenzio che don Orlindo sentì una voce interiore che lo esortava a guardare in alto. Così fece e, con suo indescrivibile stupore, vide che tra la nuvola e sé medesimo v’era una mucca che si librava a mezz’aria. Non sembrava viva, pur non essendo carbonizzata come gli altri animali, presentando invece una specie di strato gelatinoso su tutto il corpo.

Una sorta di fascio di luce collegava la nuvola alla mucca, fascio che, all’improvviso, cominciò a variare di intensità, producendo movimenti erratici nel cadavere della bestia, come in una danza priva di qualsiasi logica apparente.

Questo fenomeno durò alcuni minuti, fin quando il raggio non scemò del tutto e, come un qualsiasi grave, la mucca non cadde a terra rovinosamente, esplodendo al contatto col suolo e spargendo intorno i visceri. Padre Orlindo scappò nuovamente all’interno della chiesa, rimanendo in preghiera per molte ore, sicuro si trattasse di un qualche segno superno, una sorta di monito per suoi eventuali comportamenti non graditi al divino.

Il mattino seguente padre Orlindo si recò nuovamente all’esterno dell’edificio: l’uccello e la mucca erano ancora lì; al contrario, la nuvola era sparita.

Questi eventi, a distanza di anni, erano molto vividi nella mente del religioso, il quale, stando al resoconto del professor Blako, provava ancora una certa irrequietudine mista a paura nel riportare alla mente il ricordo di quanto avvenuto quella fredda mattina di febbraio.

Voglio trovare un senso a questa storia…

Il caso in esame mostra vari elementi di forte interesse. A un primo livello, emerge con chiarezza la natura ufologica di quanto accaduto: un oggetto volante non identificato, che interagisce con l’ambiente provocando probabilmente (su questo punto non v’è la testimonianza certa e diretta del religioso) la morte di 40 avvoltoi e sicuramente quella di un altro uccello e di una mucca, nonché il “fattore Oz” di cui sopra, tutti aspetti che connotano in pieno l’avvenimento come un incontro ravvicinato.

Al tempo stesso, tuttavia, etichettare un evento come un evento di natura ufologica, può voler dire, al tempo stesso, tutto o, più facilmente, nulla. Infatti, fermarsi a questa semplice constatazione non porta da nessuna parte e servirebbe solamente a rimpolpare noiosissime statistiche.

Occorre pertanto un qualcosa di più, un’analisi di quanto accaduto, alla ricerca di parallelismi e dell’essenza stessa dell’evento.

Il primo elemento che potrebbe attraversare la mente di un profano, specialmente se cinefilo, è che quanto descritto sia un parto delle menti di David Lynch e Peter Weir unitisi nella scrittura di un copione per un film a quattro mani. E il tirare in ballo Peter Weir non sarebbe nemmeno tanto peregrino, visto che egli girò la trasposizione cinematografica dell’opera di Joan Lindsay, “Picnic a Hanging Rock”, nella quale viene raccontata la misteriosa sparizione di alcune allieve di un college di Melbourne in gita presso la Hanging Rock nel giorno di San Valentino del 1900. Durante l’ascesa alla formazione rocciosa, infatti, più persone notarono la presenza di una misteriosa nube rossastra che sovrastava la cima.

Ecco quindi in entrambi i casi la presenza di un oggetto aereo anomalo. V’è tuttavia un altro elemento che rimanda fortemente a casistiche passate: l’adduzione di una mucca. Esiste un illustre precedente:

Settanta anni prima, in piena ondata di airship nel Midwest degli Stati Uniti, un certo Alexander Hamilton, giovane agricoltore di Vernon (Kansas), sotto testimonianza giurata, raccontò che un giorno di aprile del 1897 fu svegliato all’improvviso dai versi di terrore delle sue bestie. Preoccupato, uscì fuori con altri due uomini e vide in cielo un oggetto sigariforme rosso scuro di circa 100 metri di lunghezza in progressivo avvicinamento alla sua fattoria: l’oggetto aveva, attaccata al fondo, una sorta di grande gabbia in vetro trasparente, accanto alla quale stava una grossa ruota di circa 10 metri di diametro. L’aeronave continuava ad avvicinarsi minacciosamente, tanto che Alexander poté vedere e udire sei strani esseri che farfugliavano tra loro in una lingua incomprensibile. In seguito il velivolo si fermò stazionario sopra una mucca per poi abbassarsi repentinamente su di essa: sbalordito, il giovane Alexander si avvicinò alla scena, ove poté constatare che, intorno al collo dell’animale, ora vi era una corda dello stesso colore rosso scuro dell’aeronave che collegava la mucca al velivolo. Egli cercò di liberare la bestia, invano, poiché ormai l’oggetto aveva preso il volo, per quanto lentamente. Il giorno successivo, nella proprietà di Lank Thomas, a circa 6 chilometri di distanza, vennero trovati la pelle scuoiata, le gambe e la testa della mucca, senza che vi fosse alcuna traccia al suolo.

Considerazioni

Si può dunque notare come il topos sia il medesimo, vale a dire il prelievo di un capo di bestiame nonché la mutilazione di animali.

Non si può però non accorgersi di come il voler ricondurre per forza il tutto all’operato di entità extraterrestri sia davvero forzato. Nel caso di El Monteyo, in particolare, non si riscontra un singolo elemento che possa fare pensare a un intervento alieno propriamente inteso: non vi sono oggetti tecnologici, non vi è mostra di supremazia aerea o di altro tipo, bensì abbiamo una sorta di nuvola che si libra nel cielo e che interagisce sia con gli animali sia, non dimentichiamolo, con l’uomo stesso.

Infatti, il fruitore finale è in ogni caso il prete, il quale è posto dinnanzi a uno spettacolo che certamente gli lascia numerosi dubbi. E’ questo un aspetto che andrebbe maggiormente considerato. Quale il fine di questi contatti? L’intelligenza dietro al fenomeno cosa vuole trasmetterci? Non solo: perché certi aspetti del fenomeno cambiano al mutare delle epoche e dello spettatore, quasi come se volessero essere più confacenti alle sue aspettative visive?

Sono queste, a mio giudizio, le domande centrali, ben più degli elementi di contorno che tanto sembrano piacere a certi ufologi tradizionalisti. L’intento pare quello di muoversi intorno ai sistemi di riferimento di ciascun periodo, veicolando concetti e categorie di pensiero. La manipolazione, del resto, è palese: da travi celesti ad aeronavi a dischi volanti ipertecnologici, pilotati da divinità, uomini orientali o extraterrestri a seconda dei periodi storici: tutto ciò ha un qualche impatto sul tessuto sociale? E se sì, in quale misura? Queste altre domande cui cercare di dare risposta nell’ottica di una ricerca che si scrolli le vecchie categorie che portano da nessuna parte.

Il fulcro, infatti, è proprio nell’osservatore. Come disse John A. Keel: “se credete nel diavolo, siate certi che un giorno o l’altro verrà a bussarvi alla porta di casa”.

1 Cfr. PERUCCHIETTI E., Il Fattore Oz, Xpublishing, Roma, 2012

Leave a Reply

Photobucket

Recently Commented