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	<title>il Democratico &#187; cinema</title>
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	<description>Giornalismo di inchiesta libero e indipendente</description>
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		<title>Quel mammone di Rocco Siffredi e lo spot Interflora</title>
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		<pubDate>Fri, 10 May 2013 11:50:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[cinema]]></category>

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		<description><![CDATA[di Massimiliano Cordeddu. Dai film vietati ai minorenni agli spot per famiglie. Il divo del Porno ,Rocco Siffredi, è l&#8217;inedito protagonista della pubblicità ideata dall&#8217;azienda florovivaistica Interflora in occasione della festa della Mamma. Lo spot è in onda in questi giorni sui principali network televisivi. La creatività è stata curata dalla Cabiria Film &#38; Production, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <em>Massimiliano Cordeddu.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Dai film vietati ai minorenni agli spot per famiglie. Il divo del Porno ,Rocco Siffredi, è l&#8217;inedito protagonista della pubblicità ideata dall&#8217;azienda florovivaistica Interflora in occasione della festa della Mamma. Lo spot è in onda in questi giorni sui principali network televisivi.</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<div id="_mcePaste" style="text-align: justify;"><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://ildemocratico.com/wp-content/uploads/2013/05/rocco1.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-15637" title="rocco_siffredi_interflora_spot" src="http://ildemocratico.com/wp-content/uploads/2013/05/rocco1-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>La creatività è stata curata dalla Cabiria Film &amp; Production, società cine-televisiva del regista e produttore <strong>Giacomo Franciosa</strong>. Franciosa, noto per aver lanciato in Italia il genere docufilm con il fortunatissimo ritratto sulla vita privata di Fabrizio Corona, &#8220;Il Ribelle&#8221;, sarà presto sul grande schermo con l&#8217;opera horror, Azzurrina, definita in USA il &#8220;nuovo paranormal activity&#8221;. L&#8217;originale rèclame gioca naturalmente sull&#8217;equivoco, creato dalla fama di seduttore irresistibile del popolare porno-attore. Siffredi ,seduto al tavolo di lavoro, ordina un mazzo di rose rosse al telefono, mentre è impegnato a valutare sullo schermo del suo computer i book fotografici di alcune modelle. L&#8217;omaggio floreale è però consegnato a domicilio dai solerti corrieri di Interflora alla &#8220;donna più importante della mia vita&#8221;, come recita nel claim il popolare attore, &#8220;la mia mamma&#8221;, la quale appare al suo fianco nel finale a sorpresa.</div>
<div style="text-align: justify;">Siffredi torna così con questo rassicurante spot protagonista del mondo dell&#8217;advertising. In passato, il famoso pornodivo ha già legato la propria immagine a popolari pubblicità che hanno talora scatenato grosse polemiche mediatico-giudiziarie. Nel 2011 ha prestato il suo volto ad una campagna dell&#8217;associazione animalisti italiani contro l&#8217;abbandono dei cani. ”Ho sedotto e abbandonato. Ma non il mio cane“ affermava il porno-attore. Cinque anni prima è stato testimonial discusso delle Patatitine Chips. I passaggi pubblicitari sulle reti Mediaset sono stati interrotti dal Garante per violazione degli articoli 9 (violenza, volgarità, indecenza) e 10 (convinzioni morali, civili, religiose e dignità della persona) del codice di Autodisciplina Pubblicitaria. In seguito è stata diffusa una versione censurata.</div>
<div id="_mcePaste" style="text-align: justify;">Stessa sorte è toccata ad uno spot giocato sul filo del doppio senso molto esplicito per Sky andato in onda sulle tv mainstream nel 2012. &#8220;Fai come me, infila lo spinotto!&#8221;, recitava il claim di Siffreedi per invitare gli utenti ad iscriversi al &#8220;Hot Club&#8221; della piattaforma satellitare. L&#8217;audace tormentone è stato però &#8220;moderato&#8221;  durante le feste natalizie, tagliando il riferimento scandaloso allo spinotto.</div>
<div id="_mcePaste" style="text-align: justify;">Oggi, in compenso, il nuovo spot Interflora sulla festa della Mamma è di certo al riparo da ogni possibile contestazione!</div>
<p style="text-align: justify;">
]]></content:encoded>
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		<title>Cinema/ L&#8217;esorcista Padre Amorth si confessa in un inedito docufilm</title>
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		<pubDate>Tue, 23 Apr 2013 01:27:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[MISTERI]]></category>
		<category><![CDATA[Prima Pagina]]></category>
		<category><![CDATA[cinema]]></category>

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		<description><![CDATA[di Massimiliano Cordeddu. ￼Il Diavolo esiste davvero, parola di Padre Amorth! In uno sconvolgente docufilm realizzato in Vaticano dal regista Giacomo Franciosa, l&#8217;esorcista ufficiale della Chiesa Cattolica scioglie ogni dubbio: Belzebù non è una favoletta per bambini ma una presenza reale e attiva che interferisce ogni momento nella vita di ognuno di noi. Il presbitero [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <em>Massimiliano Cordeddu.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>￼Il Diavolo esiste davvero, parola di Padre Amorth! In uno sconvolgente docufilm realizzato in Vaticano dal regista Giacomo Franciosa, l&#8217;esorcista ufficiale della Chiesa Cattolica scioglie ogni dubbio: Belzebù non è una favoletta per bambini ma una presenza reale e attiva che interferisce ogni momento nella vita di ognuno di noi.</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong> </strong></p>
<div id="_mcePaste" style="text-align: justify;"><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://ildemocratico.com/wp-content/uploads/2013/04/padre-amorth2.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-15591" title="padre_amorth" src="http://ildemocratico.com/wp-content/uploads/2013/04/padre-amorth2-150x150.jpg" alt="Padre_amorth" width="150" height="150" /></a>Il presbitero ottantotenne, che da giovane era un politico amico di Giulio Andreotti, illustra in una lunga testimonianza come il Maligno influisce sui comportamenti dei Potenti che reggono i destini dell&#8217;Italia e del mondo, dei personaggi dello Show e della stessa Chiesa, travagliata dagli scandali sessuali e finanziari. L’esorcista, vera chicca del docufilm, non parla in astratto ma correda tutte le sue sorprendenti rivelazioni con tanto di nomi e cognomi dei personaggi celebri citati! Don Amorth dedica una parte del suo racconto anche ai pericoli presenti nei media, dalla Tv ad Internet.</div>
<div id="_mcePaste" style="text-align: justify;">Il contributo più scioccante del docufilm è costituito da una serie di filmati sui riti esorcistici. Si tratta di immagini esclusive ed inedite di riti atti a liberare persone indemoniate che sono mostrate per la prima volta nell’opera di Franciosa, ancora in lavorazione. La lunga intervista a Padre Amorth sui segreti dell&#8217;esorcismo, stimolata dalle domande preparate dal giornalista Ernesto Siciliano, sarà integrata dai pareri di scienziati, politici, alti prelati, vips e persone comuni che hanno vissuto l&#8217;incubo di una presenza demoniaca. L&#8217;inchiesta corale fa parte di una collana firmata da Giacomo Franciosa, artefice del genere docu­films in Italia. Si tratta della serie &#8220;Dietro la Maschera”, un vero e proprio format creato dal giovane nipote del divo hollywoodiano Anthony Franciosa, per mostrare le vite reali di personalità di rilievo note al grande pubblico.</div>
<div id="_mcePaste" style="text-align: justify;">La perla più preziosa di questa collana è l&#8217;opera &#8220;Il Ribelle&#8221; su Fabrizio Corona, campione di incassi che è stato riproposto da tutte le più importanti tv nazionali in occasione dell&#8217;arresto in Portogallo dell&#8217;agente fotografico dei Vips. Giacomo Franciosa prosegue con il docufilm su padre Amorth un filone Mistery per lui ricco di grandi successi professionali. A maggio dell&#8217;anno scorso ha infatti diretto un horror che i distributori americani hanno definito il nuovo “Paranormal Activity”. Girato nel Castello romagnolo di Montebello, il film dall&#8217;impianto inedito, scritto con Ernesto Siciliano e Sergio Tiboni, ruota attorno al mito del fantasma di Azzurrina, associato da molti secoli alla rocca riminese. Il montaggio ha subito un ritardo ed è adesso completo e l&#8217;opera sarà nei prossimi mesi nelle sale americane ed europee.</div>
<div id="_mcePaste" style="text-align: justify;">Il docufilm su Padre Amorth rappresenta oggi per Franciosa una nuova esaltante sfida sul tema del Mistero: &#8220;Ho scelto ­ annuncia ai suoi fan&#8217;s su Facebook­ un personaggio pazzesco, credetemi, dopo aver sfidato il Castello di Azzurrina, ovviamente sempre con il dovuto rispetto, questa volta mi ritroverò avvolto dai misteri della Chiesa seguendo un grande uomo. Questo doc vi fare stare svegli per tante notti.&#8221; Per il Re dei docu­film, ci sono ora tutte le premesse per replicare il successo de &#8220;Il Ribelle&#8221; grazie al nuovo impressionante film­tributo all’ultimo esorcista della Chiesa</div>
<p style="text-align: justify;">
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		<title>Io sto con Kubrick</title>
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		<pubDate>Thu, 07 Mar 2013 23:08:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[cinema]]></category>

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		<description><![CDATA[di Laura Romani. “L&#8217;uomo deve poter scegliere tra bene e male, anche se sceglie il male. Se gli viene tolta questa scelta egli non è più un uomo, ma un&#8217;arancia meccanica”. (Stanley Kubrick, 1971) Il 7 marzo del 1999 moriva a causa di un infarto uno dei più grandi registi mai transitati sul pianeta Terra, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">di <em>Laura Romani.</em></p>
<p style="text-align: justify;">
<h2 style="text-align: justify;">“L&#8217;uomo deve poter scegliere tra bene e male, anche se sceglie il male. Se gli viene tolta questa scelta egli non è più un uomo, ma un&#8217;arancia meccanica”. (Stanley Kubrick, 1971)</h2>
<p style="text-align: justify;"><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://ildemocratico.com/wp-content/uploads/2013/03/kubric.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-15446" title="kubric" src="http://ildemocratico.com/wp-content/uploads/2013/03/kubric-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>Il 7 marzo del 1999 moriva a causa di un infarto uno dei più grandi registi mai transitati sul pianeta Terra, il più grande a detta di molti: Stanley Kubrick.</p>
<p style="text-align: justify;">Nato a New York nel 1928, Kubrick si innamora in prima battuta della fotografia, e sarà proprio l&#8217;ossessione per la perfezione dell&#8217;immagine a farlo avvicinare, ventenne, al cinema. Impossibile e riduttivo ripercorrere la sua immensa carriera di regista, produttore, sceneggiatore, direttore della fotografia, scenografo ed antesignano degli effetti speciali qui, su questo foglio bianco, ma è doveroso un omaggio a colui che, attraverso la macchina da presa, ha sviscerato ogni aspetto dell&#8217;animo umano con un approccio sino ad allora mai visto.</p>
<p style="text-align: justify;">Il più grande merito che gli viene riconosciuto, infatti, è quello di essersi confrontato, nel corso della sua lunga carriera, con tutti i generi cinematografici, e di averlo fatto ogni volta in maniera talmente innovativa, da divenire l&#8217;ispiratore indiscusso di gran parte della cinematografia successiva.</p>
<p style="text-align: justify;">Potrei citare, uno ad uno, anno per anno, i capolavori nati dal suo genio, ma mi limiterò, egoisticamente, a ricordare Orizzonti di Gloria, per il genere drammatico; Spartacus, film storico; Lolita, dalla perfezione erotica di Nabokov; Il Dottor Stranamore, che mi facevano studiare all&#8217;università come miglior ritratto della Guerra Fredda; 2001, Odissea nello Spazio, il primo, vero, film di fantascienza; Arancia Meccanica, del 1971 (anche questo studiato a scuola) così violento da essere bandito dalle sale cinematografiche inglesi per decisione dello stesso regista. Barry Lyndon, miglior film storico, illuminato dalla luce di candele; Shining, dal romanzo di Stephen King, che ci ha terrorizzati tutti, su, all&#8217;Overlook Hotel, e impossibile non ricordare il sarcasmo antibellico manifestato da Kubrick nel miglior film di guerra mai girato sino ad allora: Full Metal Jacket, del 1987.</p>
<p style="text-align: justify;">La sua carriera si chiude nel 1999 con la sua morte, senza aver avuto il tempo di vedere nelle sale il suo ultimo regalo al mondo, Eyes Wide Shut: sfido chiunque a trovare un altro film che, come questo, parli del dramma psicologico di una coppia, e che tratti meglio di così le tentazioni derivanti dall&#8217;istinto sessuale. Le tentazioni di tutti.</p>
<p style="text-align: justify;">Lo so, li ho citati praticamente tutti, ma sarebbe un&#8217;eresia non ricordarli anche solo per un attimo, come sarebbe un grave peccato non parlare, ad esempio, dei film che Kubrick non ha mai girato, come Aryan Papers, in cui avrebbe voluto raccontare gli orrori della Shoah, ma a cui rinunciò perchè &#8220;Se davvero voglio mostrare ciò che ho letto e che è successo – e aveva letto tutto – come posso filmarlo? Come si può far finta?&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;">Io non sono un&#8217;esperta di cinema, e mi scuso con gli addetti ai lavori se ho trattato il tema in maniera incompleta o poco adeguata, ma come tanti lo amo molto, il cinema, così come amo molto l&#8217;animo umano, ed è giusto che ognuno di noi scelga da che parte stare: io sto con Kubrick.</p>
<p style="text-align: justify;">
]]></content:encoded>
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		<title>Moonrise Kingdom &#8211; Una fuga d&#8217;amore</title>
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		<pubDate>Fri, 21 Dec 2012 14:45:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[cinema]]></category>

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		<description><![CDATA[di Chiara Roggino. Un film di Wes Anderson/ Con Bruce Willis, Edward Norton, Bill Murray, Frances McDormand, Tilda Swinton, Jared Gilman, Kara Hayward, Harvey Keitel/ Titolo originale: Moonrise Kingdom/ Genere: Commedia drammatica/ Durata: 94 min./ USA 2012 Forbici da mancino, il disegno incorniciato di un&#8217;abitazione bianca e rossa e una cartella appesi alla parete. Un [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">di <em>Chiara Roggino.</em></p>
<h2 style="text-align: justify;">Un film di Wes Anderson/ Con Bruce Willis, Edward Norton, Bill Murray, Frances McDormand, Tilda Swinton, Jared Gilman, Kara Hayward, Harvey Keitel/  Titolo originale: Moonrise Kingdom/  Genere: Commedia drammatica/  Durata: 94 min./  USA 2012</h2>
<p style="text-align: justify;"><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://ildemocratico.com/wp-content/uploads/2012/12/Moonrise-Kingdom-Una-fuga-damore.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-15103" title="Moonrise-Kingdom-Una-fuga-damore" src="http://ildemocratico.com/wp-content/uploads/2012/12/Moonrise-Kingdom-Una-fuga-damore-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>Forbici da mancino, il disegno incorniciato di un&#8217;abitazione bianca e rossa e una cartella appesi alla parete. Un mangiadischi azzurro disposto su una mensola. Lento si avvia, stanza dopo stanza, arrampicandosi su e  giù per le scale  della magione Bishop, un lento, lungo piano sequenza orchestrato con la minuzia di una sonda sottomarina. Tre marmocchi ascoltano il disco di Benjamin Britten, <em>Guida del giovane per l&#8217;Orchestra</em>, passaggio in cui i vari strumenti sono separati e identificati. Nel mentre una ragazzina, sguardo severo-occhi bistrati d&#8217;azzurro, binocolo alla mano, osserva il mondo esterno da una finestra, quasi attendesse l&#8217;arrivo di qualcuno o qualcosa.</p>
<p style="text-align: justify;">Il signor Bishop se ne sta in panciolle sul divano, sguardo vacuo, perso nel vuoto. La padrona di casa, sciatta alla pari dei vestiti che indossa, aspira avidamente da una sigaretta preparando la cena, tentando di comunicare con i membri della famiglia tramite l&#8217;uso di un megafono.</p>
<p style="text-align: justify;">Ambientato su un&#8217;isola al largo della costa del New Ingland nell&#8217;estate inoltrata del 1965, <em><strong>Moonrise Kingdom </strong></em>(ottava pellicola del texano <strong>Wes Anderson</strong>)<em><strong> </strong></em>è la storia dolce e malinconica di due dodicenni: Sam (<strong>Jared Gilman</strong>) e Suzy (<strong>Kara Hayward</strong>). Entrambi si innamorano pianificando una fuga alla larga da genitori menefreghisti, scouts pronti ad emarginare indifesi  e diversi, orfanatrofi e famiglie affidatarie su cui fare scarso affidamento.</p>
<p style="text-align: justify;"><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://ildemocratico.com/wp-content/uploads/2012/12/moonrise.jpg"><img class="alignright size-thumbnail wp-image-15105" title="moonrise" src="http://ildemocratico.com/wp-content/uploads/2012/12/moonrise-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>A far da corifeo alla storia narrata, uno stravagante meteorologo, cartografo e storico (<strong>Bob Balaban</strong>). Cappello da marinaio calcato sul capo e occhiali spessi così, appare dal nulla quasi una versione sui generis di <em>Steve Zissou</em> (<em><strong>Le avventure acquatiche di Steve Zissou</strong></em>, Wes Anderson, 2004). E&#8217; lui in persona a predirre l&#8217;imminente tempesta pronta ad abbattersi sull&#8217;isola nel lasso di pochi giorni, uragano volto a stravolgere le già complicate vicissitudini di inseguitori e inseguiti. Anderson intesse con con delicatezza da fiaba carica di spunti autobiografici la realtà di due preadolescenze emarginate da adulti e coetanei. Suzy e Sam bramano fuggire a gambe levate da un mondo per loro incomprensibile, avido di derubarli d&#8217;innocenza e  fantasia. Suzy si estranea dal mondo circostante tuffandosi a capo fitto nella lettura di libri derubati dalla biblioteca le cui protagoniste possiedono poteri magici e misteriosi.</p>
<p style="text-align: justify;">Tutte, dalla prima all&#8217;ultima, sono rigorosamente orfane. (<em><strong>“Io ho sempre desiderato essere orfana. I miei personaggi preferiti lo sono. Credo che abbiate vite più speciali”, “Io ti amo, ma tu non sai quello che dici”.)</strong></em>. Sam, orfano sballottato da istituto a istituto, così come la sua compagna di viaggio, ha la nomea di disadattato. Il loro viaggio verso un luogo vergine, tutto per loro, è  il disperato tentativo di mantenere intatti i sogni per un futuro migliore.</p>
<p style="text-align: justify;">Così il tuffo nella baia parrà il prosieguo mancato di un&#8217;antica istantanea in bianco e nero: quella di <em>Antoine Doinel</em> (<em><strong>I quattrocento colpi</strong></em>, Truffaut). Ma allora la perdita della poesia e dell&#8217;infanzia era un miraggio lontano da inseguire perseverando in una corsa senza fiato.</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;isola dipinta ad acquerello da Anderson appare una via di mezzo tra la dimora di <em>Prospero</em> (popolata da venti e creature aeree) e <em>L&#8217;isola che non c&#8217;è</em>. Così, quasi rileggendo le pagine di Barrie, svelta apparrà l&#8217;immagine di Suzy, cantastorie di fiabe e mamma adottiva per <em>i ragazzi sperduti</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">Di contrasto alla realtà plasmata su misura dai due protagonisti, quella residenziale popolata dagli adulti dell&#8217;isola, tutti consapevolmente identificati con le loro mansioni ufficiali. Un poliziotto perennemente in divisa che assicura o quantomeno dovrebbe assicurare l&#8217;ordine. Una donna dura e zelante che porta il nome di Servizi Sociali e ricopre nell&#8217;ambito della narrazione il ruolo di cattiva per eccellenza: una perfetta matrigna calzata e vestita. I coniugi Bishop (<strong>Bill Murray</strong> e <strong>Frances McDormand</strong>), avvocati e consiglieri, discorrono di casi legali in corso a letto, prima di coricarsi mentre il primo capo scout (<strong>Edward Norton</strong>), fumatore incallito e bevitore di whisky, considera la sua professione precaria quale fondamentale (<em><strong>“Io sono prima un capo scout e poi un professore di matematica”). </strong></em>A sfidare quest&#8217;universo <em>ordinato</em>, due dodicenni. Il loro amore ha la purezza di un mitico lontano passato cavalleresco, suggerito dal nome della base scout (Ivanohe Camp). Una storia esilarante e riflessiva tra sprazzi di pura poesia che lacera la comunità protagonista per poi ricompattarla saldamente.</p>
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		<title>Amour/ Sinfonia d&#8217;amore e morte</title>
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		<pubDate>Thu, 08 Nov 2012 18:49:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Amour]]></category>

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		<description><![CDATA[di Chiara Roggino. Un film di Michael Haneke/ Con Jean-Louis Trintignant, Emanuelle Riva, Isabelle Huppert/ Genere: Drammatico/ Durata: 105 min./ Francia, Austria, Germania 2012 Salotto di un&#8217;ampia dimora borghese. Georges, uomo sull&#8217;ottantina, siede alla poltrona. Quasi ipnotizzato, osserva il pianoforte a mezzacoda presente nella stanza. Innanzi allo strumento, Anne: compagna per la vita, musicista, alla [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">di <em>Chiara Roggino.</em></p>
<h2 style="text-align: justify;">Un film di Michael Haneke/ Con Jean-Louis Trintignant, Emanuelle Riva, Isabelle Huppert/ Genere: Drammatico/ Durata: 105 min./  Francia, Austria, Germania 2012</h2>
<p style="text-align: justify;"><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://ildemocratico.com/wp-content/uploads/2012/11/amour-film.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-14922" title="amour film" src="http://ildemocratico.com/wp-content/uploads/2012/11/amour-film-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>Salotto di un&#8217;ampia dimora borghese. Georges, uomo sull&#8217;ottantina, siede alla poltrona. Quasi ipnotizzato, osserva il pianoforte a mezzacoda presente nella stanza. Innanzi allo strumento, Anne: compagna  per la vita, musicista, alla pari del marito. Elegante figura, sfiora i tasti bianco e neri a evocare note familiari di un improvviso schubertiano. Le pagine dello spartito s&#8217;involano, sfogliandosi una dopo l&#8217;altra, leste, senza pause: un preludio che vorrebbe sovvertire le leggi del tempo, costretto suo malgrado a chinare il capo innanzi alle regole della “fuga”. I giorni si susseguono per lasciar posto agli anni anche per una coppia “accordata” alla perfezione. Ora una vecchia bambina riposa mollemente su un guanciale di petali. A turbare la sua quiete, polizia e vigili del fuoco: indagano gli interni domestici, ipotizzano eventi alla ricerca del perché e del per come.</p>
<p style="text-align: justify;">Il regista austriaco <strong>Michael Haneke</strong> è senz&#8217;altro il “capo procuratore” dei peccati dell&#8217;uomo moderno. La sua rappresentazione della disumanità insita in personaggi apparentemente intoccabili nella loro masquerade di civiltà ha sollevato strepiti al suono di parole aspre tali “sadismo cinematografico”. Nessuno, tuttavia, potrà contestare quella padronanza nel dirigere le scene di moderni psicodrammi tali “La pianista” (2001) e “Caché” (2005) fino all&#8217;epico “Il nastro bianco” (2009),  pellicola che ritrae il collettivo senso di colpa in una città tedesca vent&#8217;anni anni prima della nascita di Hitler.</p>
<p style="text-align: justify;">“Amour” (Palma d&#8217;Oro al Festival di Cannes 2012) può constare di numerose pietre di paragone- retroterra dell&#8217;opera del cineasta: stile visivo austero e maestoso, una coppia al centro della storia, un ambiente chiuso al limite della claustrofobia che non consente via di fuga ai personaggi e ai loro demoni.</p>
<p style="text-align: justify;">Georges (<strong>Jean-Louis Trintignant</strong>) e Anne (<strong>Emmanuelle Riva</strong>), sono una coppia ottuagenaria: insegnanti di musica in pensione. La prima scena del film li ritrae sperduti tra il pubblico in una grande sala. Haneke usufruisce di un piano fisso per cui spetterà all&#8217;occhio vigile dello spettatore farsi strada fra le tante e tante e tante facce per “rintracciare” i protagonisti. Sarà sufficiente un briciolo d&#8217;attenzione per vederli parlottare, seduti in terza fila, ansiosi di assistere al concerto di un allievo d&#8217;antica data di Anne. Di rientro a casa, la coppia si accorge di un tentato furto ai danni dell&#8217;appartamento. La serratura è stata evidentemente forzata. Quasi un presagio del poi, qualcuno o qualcosa ha cercato di introdursi nel nido protetto per guastarne la placidità, portando scompiglio. Da quel momento nulla sarà come prima. I segni di un silenzioso malessere si insidiano nelle membra di Anne sì da causarle prima una paresi al lato destro del corpo, poi la totale immobilità per una non vita di indifesa fanciullezza, d&#8217;impotente afasia.  La donna diverrà peso morto, crisalide di dolore aggrappata a un letto.</p>
<p style="text-align: justify;" lang="it-IT">Non solo le rughe dell&#8217;età, ma sgomento e paura incidono ora il volto di Trintignant: la persona che amava e ama sta iniziando a svanire davanti ai suoi occhi. Dopo aver promesso ad Anne di non riportarla mai più in ospedale, Georges è sottoposto alla crescente responsabilità di prendersi cura di lei personalmente. E tuttavia le scene più angoscianti del film sono le prime: piccoli indizi che Haneke sparge per via a inizio pellicola. Qualcosa non va.  Anne si sveglia nel cuore della notte fissando il vuoto, attonita. Successivamente ella garantisce al marito che nulla è accaduto. E&#8217; lei a rassicurarlo: tutto va bene, l&#8217;uomo può tranquillamente  scacciare  i cattivi pensieri. Ma la mattina dopo, a colazione, la donna cambierà “forma”, assumendo le fattezze d&#8217;immobile simulacro. Quasi una statua, il suo bel volto mite riporterà i segni di una serenità mortuaria.</p>
<p style="text-align: justify;" lang="it-IT">Da allora la casa sarà barricata, luogo d&#8217;assedio tra vita e morte. In tal modo le preoccupazioni degli altri (amici e parenti stretti) saranno mal accette e percepite come prive di significato.</p>
<p style="text-align: justify;" lang="it-IT">Con il coraggio di chi teme di perdere il più prezioso dei beni, Georges si troverà suo malgrado solista di una danza macabra al fine di strappare Anne dalle tenebre per riabbracciarla così come era un tempo. Ma la luce della donna amata sta iniziando a svanire.</p>
<p style="text-align: justify;">Haneke ci pone innanzi a quesiti di forse inarrivabile risposta. Cos&#8217;è l&#8217;amore e cosa accade quando la metà di una coppia si ritrova sola e spezzata? C&#8217;è un modo per far fronte a tutto questo?  La vita è sempre degna di essere vissuta? Una luce invernale mescolata ad una palpabile sensazione di semioscurità pervade l&#8217;intera pellicola. Il dramma da camera si snoda tranquillamente sotto nuvole grigie. Non c&#8217;è tempesta, solo cambiamenti graduali: un giorno, una settimana, un mese, quello successivo. L&#8217;appartamento è altresì teatro per le storie dei protagonisti. In esso convivono passato, presente e futuro.  In Haneke il mito della morte esplode con la violenza di un evento pubblico: qualcosa da condividere,  attorno a cui radunarsi per partecipare di lacrime e agonia. L&#8217;autore affronta la realtà della malattia, ma la sua “missione” non è soltanto quella di mettere in mostra un ritratto realistico della fine (anche se questo fa parte del processo). Più di questo, egli brama esplorare le emozioni e gli istinti della coppia: l&#8217;orgoglio, la disperazione, la perdita imminente, l&#8217;empatia e i suoi limiti. Ci sono emozioni forti in gioco, ma anche un pragmatismo intenso. Georges ha fatto una promessa ad Anne (<strong>“Per favore non riportarmi in ospedale&#8230;Prometti&#8230;Promettimelo.”</strong>). Tra i suoi tanti significati e molteplici chiavi di lettura, “Amour” è anche un film sulla fedeltà e sulla forza di mantenere la parola data fino alla fine.</p>
<p style="text-align: justify;" lang="it-IT">
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		<title>Monsieur Lazhar/ Un film di Philippe Falardeau</title>
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		<pubDate>Thu, 11 Oct 2012 18:58:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[cinema]]></category>
		<category><![CDATA[Monsieur Lazhar]]></category>

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		<description><![CDATA[di Chiara Roggino. Con Fellag, Sophie Nélisse, Danielle Poulx, Jules Philippe, Emilien Néron/ Titolo originale: Bachir Lazhard/ Genere: drammatico/ Durata: 94 min./ Canada 2011 La musica di Martin Léon scivola lenta sui titoli di testa mentre un rullo di pittura color azzurro pallido ricopre a nuovo le pareti dell’aula scolastica. E’ qui che Martine Lachance [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <em>Chiara Roggino.</em></p>
<h2 style="text-align: justify;">Con Fellag, Sophie Nélisse, Danielle  Poulx, Jules Philippe, Emilien Néron/ Titolo originale: Bachir Lazhard/  Genere: drammatico/  Durata: 94 min./  Canada 2011</h2>
<p style="text-align: justify;">La musica di Martin Léon scivola lenta  sui titoli di testa mentre un rullo di pittura color azzurro pallido  ricopre a nuovo le pareti dell’aula scolastica. E’ qui che Martine  Lachance si è tolta la vita, è qui che ella ha forse voluto comunicare  “un messaggio violento”. “Ma non si può punire Martine Lachance perché  Martine Lachance è morta”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://ildemocratico.com/wp-content/uploads/2012/10/monsieur.jpeg"><img class="alignleft size-medium wp-image-14778" title="monsieur" src="http://ildemocratico.com/wp-content/uploads/2012/10/monsieur-213x300.jpg" alt="" width="213" height="300" /></a>Philippe Falardeau</strong> e <em><strong>Monsieur Lazhar</strong></em> mettono davanti allo specchio l’infanzia e la cruda realtà di una  prematura dipartita cercata e voluta tramite un atto di mera  disperazione. E’ qui che interverrà il neo-maestro di scuola Bachir: un  uomo tra i tanti, un “diverso”, rifugiato politico da terra algerina. Ad  Algeri “La blanche” egli ha perso quanto più amava: la moglie e le due  figlie. “Crisalidi” inermi prenderanno fuoco in un attentato  terroristico. L’uomo, ex funzionario, poi proprietario di un ristorante,  è solo in terra straniera: un’algida Montreal, coperta da una spessa  coltre di neve. Lazhar (uno straordinario <strong>Fellag</strong>), uomo  d’estrema cultura, si improvviserà insegnante per raccogliere l’eredità  della moglie, per ritrovare nella fragilità dei suoi allievi la  tenerezza delle figlie strappategli via con la forza.</p>
<p style="text-align: justify;">Il pluripremiato Philippe Falardeau è  stato recentemente incluso da Variety 2012 all’interno  della lista dei  10 cineasti da tenere d’occhio. Noto per “La moitié gauche du frigo”,  “Congorama”, e “C’est pas moi, je le jure!”, il suo quarto  lungometraggio, <em>Monsieur Lazhar </em>( candidato all’oscar 2011  quale miglior pellicola straniera), è un adattamento dalla pièce  teatrale “Bachir Lazhar” scritta da Évelyne de la Chenelière. Dice  Falardeau: “<strong>Sono stato toccato dal protagonista. Ho pensato che  fosse un personaggio ricco e che avrebbe potuto essere abbastanza ricco  per un film. Mi interessava la questione riguardante l’immigrazione e  volevo utilizzarla internamente al percorso filmico. Non necessariamente  per parlare di immigrati, anche se avrei voluto farlo, ma per  raccontare noi stessi attraverso gli occhi di un immigrato. Il film si  svolge in una scuola e discorre  un po’ su chi siamo e dove siamo, ma  attraverso gli occhi di qualcuno che ha origini diverse”</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">Il cineasta franco-canadese scrive una  sceneggiatura a partire da zero mettendo in atto un investimento  creativo non sottovalutabile. Internamente all’allestimento filmico si  viene a trovare vis à vis con un protagonista, un carattere forte. Il  momento della creazione si dipana attorno a lui.  C’è bisogno di  tensione drammatica per sostenere l’interesse del pubblico. L’allievo  protagonista di <em>Monsieur Lazhar</em> ( Simon) è totalmente assente  dallo spettacolo teatrale pertanto il rapporto che ha intrecciato con  l’ex insegnante e il suo successivo senso di colpa non fanno parte della  messa in scena teatrale. Falardeau aggiunge così personaggi e  situazioni accanto al personaggio principale.</p>
<p style="text-align: justify;">Da quanto si vede nella pellicola  in   Canada un insegnante di scuola muore e un uomo qualunque si presenta  dicendo: “Io posso insegnare” e viene assunto all’istante. Nel sistema  educativo privato e nelle scuole private il “principale” è praticamente  un dittatore. Egli può assumere chiunque gli aggradi. Naturalmente la  preside compie un errore madornale. Ma se non lo avesse fatto non  avremmo avuto alcuna storia. Monsieur Lazhar dice la verità al  funzionario dell’immigrazione e al tempo stesso insegna “abusivamente”  in una scuola. E lo fa per buone ragioni. Egli sa di poter aiutare i  “suoi” bambini, ma ha anche un bisogno intimo, fisico, di trovarsi in  quel determinato luogo. E’ un insegnante “accidentale”.</p>
<p style="text-align: justify;">E’ triste che alla fine non possa  rimanere nella scuola, ma al tempo stesso il personaggio non è stato  concepito per essere un insegnante per il resto della sua vita. In quel  particolare momento egli rappresentava la persona giusta al momento  giusto.</p>
<p style="text-align: justify;">In qualsiasi luogo si abbia a che fare  con numerosi enti  sociali (  i genitori, il Ministero della Pubblica  Istruzione, consiglio scolastico, insegnanti) si ha la necessità di un   numero infinito di regole. Si cerca di prevedere tutto quel che può  accadere e tutto diviene estremamente rigido. La preside e gli altri  insegnanti non vogliono parlare della morte perché non vogliono  sopraffare i bambini. Cosa che è già accaduta. Si ha anche questa  esigenza: utilizzare specialisti per tutto, invece di usufruire della  persona che è lì ogni giorno con loro, l’insegnante, per parlare di  morte e suicidio. Nel film è la psicologa ad entrare in aula e a mettere  da parte Lazhar  nonostante il maestro non creda sia una buona idea.  L’uomo ritiene che dovrebbe spettare a lui soltanto il compito di  discutere con i bambini. E’ questione di fiducia nel potere delle parole  e della comunicazione.</p>
<p style="text-align: justify;">La fine del film è la correzione di una  favola.  Questo sarà il  modo di Lazhar per  dire addio alla classe.  Attraverso un nuovo atto di insegnamento e comunicazione egli potrà  accomiatarsi. Allora la piccola Alice deciderà spontaneamente di tornare  in classe. La bimba ha bisogno di un abbraccio, vuole un abbraccio: lei  lo chiede e Bachir contraccambia. Il gesto appare quasi un atto di  ribellione: recarsi in un luogo e trasgredire un tabù, fare ciò per cui  tutto ha avuto inizio. E’ stato presumibilmente un abbraccio a dare il  via al dramma : un abbraccio tra Simon e la sua insegnante.</p>
<p style="text-align: justify;">Dice Falardeau a proposito di Fellag e della scelta che lo ha condotto a farne il protagonista del suo film: <strong>“E’  divertente perché è un cabarettista. Mi è piaciuto il suo aspetto. Sono  andato a vederlo a teatro. L’ho ascoltato. Egli ha dovuto abbandonare  il suo paese a causa della guerra nel 1990. In tal modo conosceva  intimamente il carattere del protagonista e ho pensato che avrei potuto  utilizzarlo nel film. E’ anche un autore. Scrive romanzi e ha una grande  sensibilità. Siamo diventati amici. Non era esattamente quel che stavo  cercando in termini di “prestazione”. Era troppo teatrale per me. Un  giorno mi disse: “So che pensi che io sia troppo teatrale, ma lavorerò  duramente per questo film”. Così mi ha convinto . Come Bachir Lazhar  anche Fellag  non ha voglia di parlare troppo del suo passato, anche con  i giornalisti. Non vuole che diventi un onere per le persone attorno a  lui. Ha bisogno di tagliare i ponti con il suo passato per andare  avanti”.</strong></p>
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		<title>Morto suicida Tony Scott, regista di Top Gun</title>
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		<pubDate>Mon, 20 Aug 2012 12:00:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
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		<category><![CDATA[cinema]]></category>
		<category><![CDATA[tony scott]]></category>

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		<description><![CDATA[dalla nostra redazione. Si e&#8217; suicidato lanciandosi da un ponte vicino a Los Angeles il regista e produttore cinematografico Tony Scott. Lo ha reso noto il medico legale della contea, spiegando che non si conoscono i motivi del gesto estremo. Scott e&#8217; arrivato ieri, intorno alle 12,30, in prossimita&#8217; del ponte, ha parcheggiato la sua [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">dalla <em>nostra redazione.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://ildemocratico.com/wp-content/uploads/2012/08/tony-scott.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-14418" title="US film director Tony Scott" src="http://ildemocratico.com/wp-content/uploads/2012/08/tony-scott-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>Si e&#8217; suicidato lanciandosi da un ponte vicino a Los Angeles il regista e produttore cinematografico Tony Scott. Lo ha reso noto il medico legale della contea, spiegando che non si conoscono i motivi del gesto estremo. Scott e&#8217; arrivato ieri, intorno alle 12,30, in prossimita&#8217; del ponte, ha parcheggiato la sua Toyota Prius, ha scavalcato la recinzione e si e&#8217; lanciato nel vuoto. Il suo corpo e&#8217; stato recuperato in acqua tre ore dopo.</p>
<p style="text-align: justify;">Scott, 68 anni, fratello di Rdley, aveva diretto blockbuster del calibro di &#8216;Top Gun&#8217;, che trasformo&#8217; Tom Cruise in una vera star, &#8216;Giorni di tuono&#8217;, &#8216;Allarme Rosso&#8217;, che segno&#8217; l&#8217;inizio della collaborazione con Denzel Washington, fino all&#8217;ultima pellicola, &#8216;Unstoppable&#8217;, che nel 2010 ha incassato ben 130 milioni di dollari. Proprio in questi giorni correvano voci su un probabile sequel di &#8216;Top Gun&#8217; con Cruise. Scott lascia la moglie Donna e due gemelli.</p>
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		<title>La leggenda del cacciatore di vampiri</title>
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		<pubDate>Sun, 19 Aug 2012 18:17:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Chiara Roggino. Un film di Timur Bekmambetov/ Con Dominic Cooper, Mary Eliasbeth Winstead, Rufus Sewell, Alan Tudyk, Jimmi Simpson, Frank Brennan/ Titolo originale : Abrahm Lincoln: Vampire Hunter/ Genere: Horror/ Durata: 105 min./ USA 2012 Martedì quattordici agosto 2012. Torino: città vuota, fischiettando Mina. Dopo l&#8217;apocalisse, poco ci manca. Esco di pomeriggio. L&#8217;ora peggiore. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <em>Chiara Roggino.</em></p>
<h2 style="text-align: justify;">Un film di  Timur Bekmambetov/ Con Dominic Cooper, Mary Eliasbeth Winstead, Rufus Sewell, Alan Tudyk, Jimmi Simpson, Frank Brennan/ Titolo originale : Abrahm Lincoln: Vampire Hunter/ Genere: Horror/ Durata: 105 min./ USA 2012</h2>
<p style="text-align: justify;"><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://ildemocratico.com/wp-content/uploads/2012/08/La-leggenda-del-cacciatore-di-vampiri.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-14407" title="La leggenda del cacciatore di vampiri" src="http://ildemocratico.com/wp-content/uploads/2012/08/La-leggenda-del-cacciatore-di-vampiri-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>Martedì quattordici agosto 2012. Torino: città vuota, fischiettando Mina. Dopo l&#8217;apocalisse, poco ci manca. Esco di pomeriggio. L&#8217;ora peggiore. Caldo, troppo. Afa, indomabile, si raduna in gocce di sudore a fiotti. Fastidiosissime. Cinema Ideal. Ok, lo ammetto. Giunta alla cassa, un po&#8217;, giusto una puntina di pudore, quel tantino di vergogna che basta, mi ha assalito. “Un biglietto per &#8216;La leggenda del cacciatore di vampiri&#8217; “. Mi accomodo e sono sola, totalmente smarrita in sala per una pellicola che si prospetta  a dir poco terrificante. C&#8217;è che io questo film lo devo vedere. Mi par quasi un obbligo morale: incoraggiare l&#8217;ardire e l&#8217;originalità d&#8217;idee di &#8216;giovani&#8217; cineasti promettenti. Timur Bekmambetov, classe &#8217;61 (Accanito fumatore di stupefacenti vari, aggiungerei io. Il suo pusher di fiducia? Non lo conosco. Arrangiatevi). Segnatevi questo nome. Di strada ne farà e molta. Dice di lui “Mymovies”, sito per cinefili puri di disarmante sincera affidabilità: “Regista abilissimo, ma spesso un po&#8217; grezzo nella sua forma. Ha raggiunto la fama (e Hollywood) con pellicole fantasy piene di virtuosismo visivo fra il pulp e Matrix”. Wow! Le aspettative aumentano. Se poi consideriamo che Tim Burton si è scomodato per la produzione della pellicola, beh, c&#8217;è poco da scherzare. Seth Grahame-Smith, cosceneggiatore, romanziere d&#8217;eccellenza: dalle sue pagine è tratta l&#8217;opera del regista made in Kazakhistan: “Abrahm Lincoln: Vampire Hunter”. Io premierei siffatto bipede a prescindere. Per chi ne sapesse poco o nulla, ecco qualche informazione in materia di sinossi. Il venerando Padre degli Stati Uniti d&#8217;America, Abramo Lincoln, nasconde un torbido e oscuro passato. La sua infanzia fu segnata prematuramente dall&#8217;omicidio materno da parte di un insaziabile vampiro. Il giovane Abe (!), armato d&#8217;ascia d&#8217;argento, si metterà pertanto alla ricerca di tanto efferato criminale per compiere la sua vendetta. Nel mentre, chi ti va a incontrare? Un cacciatore di vampiri professionista che, personalmente, a “Buffy” fa tanto di spernacchioni. Insieme progetteranno un piano diabolico: sterminare, in due, un&#8217;intera etnia zannuta propagatasi nel Sud, in quel di New Orleans sì che la guerra di seccessione sarà scontro all&#8217; &#8216;ultimo sangue&#8217; tra umani-nordisti e perfide creature del male-sudiste.</p>
<p style="text-align: justify;">Scene cult. Abe il giovane rincorre l&#8217;antico omicida materno zompettando di cavallo in cavallo, per una mandria di equini scatenati che paiono usciti direttamente da “Cuori ribelli” ( Kidman e Cruise sono ancora in terapia). Combattimenti umani contro vampiri che paiono scaturiti dalla miglior regia di Zahng Yimou: cose che anche ne “La foresta dei pugnali volanti” voi umani non potreste immaginarvi. Levitazioni aeree, colpi di kung fu per una spettacolarità d&#8217;immagini da lasciar col fiato sospeso. Paura, a mille. Che poi&#8230;una cosa mi ha sempre lasciato perplessa ( lode e gloria a san Murnau). Ma&#8230;i vampiri non temono la luce del sole? Voglio dire: in teoria (da quel che l&#8217;umile sottoscritta ha letto sulle leggende di siffatte creature del demonio) costoro, per l&#8217;appunto, aborrono il giorno (Altrimenti le bare a che servirebbero? Non mi togliete le bare!) e a un solo raggio dell&#8217;amico termoregolatore lassù schiattano all&#8217;istante, crepano, si inceneriscono. E invece no. Devo resettare le mie anteriori conoscenze. Ok, nel “Bram Stoker&#8217;s Dracula” di Coppola, Gary Oldman, novelllo Zucchero Fornaciari, si aggirava per le strade di Londra abbigliato di bombetta e occhiali da sole. Ma, dio mio, rimane pur sempre un film di Coppola e non me la sento di far paragoni imparagonabili. Ne “La leggenda del cacciatore di vampiri”, i mostri di sangue bramosi si aggirano tranquillamente per via in pieno giorno. Notare: gli occhiali da sole in puro Ray-Ban style. Bekmambetov, suvvia, anche Coppola mi vai a plagiare: un po&#8217; di dignità professionale non guasterebbe.</p>
<p style="text-align: justify;">Un&#8217;ultima cosa e poi la finisco perché davvero ho esaurito parole e umani sforzi. La pellicola è vietata ai minori quattordici (grasse risate di sottofondo).</p>
<p style="text-align: justify;">Ricordo: quando uscì la versione final cut dell&#8217;”Esorcista” la proibizione fu la medesima. Distributori, o distributori italiani! Ve la butto lì, come consiglio, spassionatissimo. Una piccola svolta alla presentazione del film: cambiare di netto il “genere”. Direi che un “commedia brillante” calzerebbe a pennello.</p>
<p style="text-align: justify;">
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		<title>Bobbio Film Festival, trionfa &#8220;Io sono Li&#8221;</title>
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		<pubDate>Wed, 08 Aug 2012 10:21:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[cinema]]></category>
		<category><![CDATA[bobbio film festival]]></category>

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		<description><![CDATA[di Chiara Roggino. Tre premi per &#8220;Io sono Li&#8221; di Andrea Segre al Bobbio Film Festival 2012 diretto da Marco Bellocchio. La pellicola si è aggiudicata il &#8220;Gobbo d’Oro&#8221; della giuria come migliore film, il premio del pubblico e il premio &#8220;Ciabe&#8221;, istituito in ricordo di Beppe Ciavatta. A ritirare i riconoscimenti l&#8217;attore Giuseppe Battiston, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <em>Chiara Roggino.</em></p>
<h2 style="text-align: justify;">Tre premi per &#8220;<strong>Io sono Li</strong>&#8221; di <strong>Andrea Segre</strong> al <strong>Bobbio Film Festival</strong> <strong>2012 </strong>diretto da <strong>Marco Bellocchio</strong>. La pellicola si è aggiudicata il <strong>&#8220;Gobbo d’Oro&#8221; della giuria come migliore film</strong>, il <strong>premio del pubblico</strong> e il <strong>premio &#8220;Ciabe&#8221;, </strong>istituito in ricordo di Beppe Ciavatta<strong>. </strong>A ritirare i riconoscimenti l&#8217;attore Giuseppe Battiston, interprete del film</h2>
<p style="text-align: justify;"><strong>IO SONO LI<br />
</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Un film di Andrea Segre/ Con Zhao Tao, Rade  Serbedzija, Marco Paolini, Roberto Citran, Giuseppe Battiston/Genere: drammatico/ Durata: 100 min./ Francia, Italia 2011</strong></p>
<div id="attachment_14384" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://ildemocratico.com/wp-content/uploads/2012/08/Io-sono-Li-Andrea-Segre_full.jpg"><img class="size-medium wp-image-14384" title="Io-sono-Li-Andrea-Segre_full" src="http://ildemocratico.com/wp-content/uploads/2012/08/Io-sono-Li-Andrea-Segre_full-300x199.jpg" alt="" width="300" height="199" /></a><p class="wp-caption-text">Io sono Li/ Andrea Segre</p></div>
<p style="text-align: justify;">Andrea Segre, veneto, classe 1976. Dottore di ricerca e docente di Sociologia della Comunicazione presso l&#8217;università di Bologna, inizia il suo percorso dietro la macchina da presa come realizzatore di documentari. Nel 2009 è insignito di menzione speciale al Bif&amp;st per “Come un uomo sulla terra”. Nel 2010 dirige “Il sangue verde”, presentato alla ventunesima edizione del Festival del cinema africano, d&#8217;Asia e America Latina di Milano. Il suo primo lungometraggio di fiction, <em><strong>Io sono Li</strong></em>, debutta alla sessantottesima Mostra del Cinema di Venezia nella sezione <em>Orizzonti</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">“Il film nasce da una storia vera. Dall’incontro con una ragazza cinese che lavorava dietro al bancone in un’osteria frequentata da pescatori a Chioggia. Guardandola nascevano gli spunti per il racconto” (Segre).</p>
<p style="text-align: justify;">Ascolta. Il fruscio è impercettibile. L&#8217;esile mano di donna appoggia a fior d&#8217;acqua una barchetta di fuoco: fiore di carta rosso carminio solca leggero il canale in notturna.</p>
<p style="text-align: justify;">Shun Li ( Zhao Tao), immmigrata cinese, trova lavoro in una fabbrica tessile romana. Il suo percorso di <em>estranea</em> in terra straniera verrà a scontrarsi con i ricatti e le promesse stentate e poco affidabili della mafia orientale italiana. Li sopravvive in attesa della “notizia”: il giorno in cui avrà estinto i propri debiti e potrà riabbracciare il figlio, abbandonato a forza in terra di Cina. Breve sarà il passo che la condurrà da Roma a Chioggia. Un nuovo lavoro: barista dietro il bancone di un&#8217;osteria. I problemi di carattere pratico non saranno pochi per la giovane donna: prima fra tutti la barriera linguistica, vero e proprio ostacolo ad allontanarla ulteriormente dalla realtà umana locale. Fondamentale sarà l&#8217;incontro con Bepi ( Rade  Serbedzija) , il &#8216;poeta&#8217;, vecchio pescatore jugoslavo immigrato in Italia da trent&#8217;anni. Tra i due si instaurerà un rapporto di complice affetto e reciproca comprensione, ostacolato da pregiudizi e malignità insiti nel carattere degli &#8216;indigeni&#8217; locali. <strong>“</strong><strong><em>Io sono Li</em></strong> è anche un modo per parlare del rapporto tra individuo e identità culturale, in un mondo che sempre più tende a creare occasioni di contaminazione e di crisi identitaria. E, Chioggia, piccola città di laguna con una grande identità sociale e territoriale, è lo spazio perfetto per raccontare con ancora più evidenza questo processo”( Segre).</p>
<p style="text-align: justify;"><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://ildemocratico.com/wp-content/uploads/2012/08/bobbio.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-14391" title="bobbio" src="http://ildemocratico.com/wp-content/uploads/2012/08/bobbio.jpg" alt="" width="270" height="179" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">“La laguna è femmina e il mare è maschio”. Tenera, accorata, la voce di madre che scrive al figlio  in una terra bagnata dal mare, terra di pescatori come quella di lei. Le parole di Li si fanno canto di struggenti armonie in un italiano praticato tra stenti e fatica. Il dolore, il turbamento, celati spesso da sorrisi che illuminano, segnano i lineamenti della protagonista. Esemplare la scena del viaggio in autobus verso Chioggia. Pioggia che batte e appanna i finestrini, occhi lucidi, persi lontano, in quell&#8217;altrove che bene si identifica con il nome della protagonista. Ella rimarrà, col cuore e il pensiero, eternamente <em>lì</em>: in quel <em>laggiù</em>, lontanolontano,  là dove affondano radici e identità personale. Quel <em>laggiù </em>dove vive il figlio.</p>
<p style="text-align: justify;">E poi c&#8217;è Bepi, il poeta-pescatore, colui che improvvisa versi all&#8217;impronta tra le mura della Taverna Paradiso. Esule a suo modo, da terra jugoslava, pur integrato nella realtà locale da trent&#8217;anni. E accade per caso. Che due realtà così lontane e vicine al medesimo tempo si incontrino abbracciandosi l&#8217;un l&#8217;altra.</p>
<p style="text-align: justify;">Che lo smarrimento di lei trovi empatica comprensione in una carezza di lui. La mano dell&#8217;antico pescatore sfiora i capelli di Li. Due storie lontane in apparenza si compenetrano, intrecciandosi vicendevolmente, due anime disperse trovano reciproca comprensione in un affetto profondo fatto di brevi accenni e rare parole. Ad estinguere sul nascere una amore ancora in germe, la reazione dei locali<em> </em>chioggiotti, diffidenti nei confronti di una realtà umana distante e incomprensibile. A mettersi di mezzo, tra Bepi e Li, interverrà allo stesso tempo la mafia orientale, poco propensa all&#8217;intrecciarsi di qualsivoglia rapporto tra immigrati e popolazione italiana. I due dovranno separarsi a forza. Li farà ritorno alla vecchia fabbrica tessile.</p>
<p style="text-align: justify;">Segre dirige con mano ferma i suoi interpreti. Al via delle riprese gli attori hanno ormai praticato, per volontà registica, un lungo percorso d&#8217;integrazione nella realtà chioggiotta. Per rendere credibili i caratteri, per accostare e dare spessore a personaggi rappresentati da peformers professionisti e non. “Ho chiesto a loro di conoscersi a vicenda. Ho chiesto di lasciare spazio a contaminazioni irrituali. Citran ha passato delle mattinate al mercato ittico, Battiston ha viaggiato a cento all&#8217;ora in barchini di vetroresina in laguna, Paolini è uscito a pescare con pescherecci e piccole barche da laguna. Ognuno di loro aveva un suo accompagnatore nella realtà che poi è diventato anche attore nel film. Contemporaneamente ho chiesto ai non professionisti di trovare un modo per &#8220;farsi capire&#8221; dagli attori professionisti. E&#8217; stato il modo per far loro capire cosa significava recitare” (Segre).</p>
<p style="text-align: justify;">Alla fotografia un maestro incontrastato del cinema italiano, Luca Bigazzi. La laguna, il mare, i pescherecci. Bigazzi intesse ora  a tinte pastello ora accese giochi di luce a dare vita e concreta umanità ad ambienti, oggetti, personaggi.</p>
<p style="text-align: justify;">A fine pellicola, estinto il debito e pervenuta la <em>notizia, </em>Li riabbraccerà il figlio lontano. Tornerà a Chioggia per ritrovare Bepi. Troppo tardi. L&#8217;uomo è morto lasciando a Li una lettera mai pervenuta. Un fiore di fuoco sperduto in mezzo al blu del mare, in mezzo alla laguna. Un rogo d&#8217;onoranze funebri, come si conviene a un vero poeta. Queste le ultime volontà del pescatore croato.<br />
<a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://ildemocratico.com/wp-content/uploads/2012/08/bobbio_film_festival.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-14385" title="bobbio_film_festival" src="http://ildemocratico.com/wp-content/uploads/2012/08/bobbio_film_festival.jpg" alt="" width="500" height="281" /></a></p>
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		<title>Detachment &#8211; Il distacco/ Un film di Tony Kaye</title>
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		<pubDate>Mon, 16 Jul 2012 20:06:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Detachment]]></category>

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		<description><![CDATA[di Chiara Roggino. “E mai mi sono sentito così profondamente distaccato da me e nello stesso tempo così presente nel mondo” (Albert Camus) L&#8217;incipit è montaggio di incastri: primi, primissimi piani in bianco e nero si lasciano sfogliare dallo spettatore, quasi un grosso album di fotografie. Un film girato in stile documentaristico, Detachment. Le prime [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">di <em>Chiara Roggino.</em></p>
<h2 style="text-align: justify;">“E mai mi sono sentito così profondamente distaccato da me e nello stesso tempo così presente nel mondo” (Albert Camus)</h2>
<p style="text-align: justify;"><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://ildemocratico.com/wp-content/uploads/2012/07/Detachment-Il-distacco-.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-14220" title="Detachment-Il-distacco-" src="http://ildemocratico.com/wp-content/uploads/2012/07/Detachment-Il-distacco--150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>L&#8217;incipit  è montaggio di incastri: primi, primissimi piani in bianco e nero si  lasciano sfogliare dallo spettatore, quasi un grosso album di  fotografie. Un film girato in stile documentaristico, Detachment.  Le prime immagini sono strutturate come un&#8217;intervista: professori  demotivati che si sono dedicati all&#8217;insegnamento per puro ripiego. La  pellicola si fa così critica  ed esplorazione del sistema scolastico americano. Tony Kaye detesta i  film di puro intrattenimento. Al cineasta interessano questioni morali e  sociali importanti (<em>Lake of fire </em>aveva trattato senza peli sulla lingua  il tema dell&#8217;aborto, <em>American Histotry X</em> era una pellicola sulla questione del razzismo). Detachment  parla anche della famiglia, dell&#8217;importanza della famiglia: la famiglia  è tutto. Il distacco è quello di essere un genitore; Henry Barthes (un  emozionante Adrien Brody),  il protagonista, troverà la sua strada, quando deciderà di abbracciare  un futuro che comporti la cura di una giovane anima perduta, Erica ( la  rivelazione Samy Gayle).</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;autore inglese  ha diretto prevalentemente  spot pubblicitari e video musicali. Da  questa sua formazione, l&#8217;idea di disegni animati col gesso su  un&#8217;immaginifica lavagna: raffigurazione dei pensieri dei personaggi,  descrizione dello stato emotivo delle scene di riferimento.</p>
<p style="text-align: justify;">Il  film è la storia di un uomo che si perde e nel dolore cerca di  nascondere i veri problemi della sua esistenza. Egli è in costante fuga  dalla realtà, come fosse coperto da una grande tenda nera che non può  vedere. Questa tenda è il suo ego. Henry Barthes, giovane supplente, si  trova costretto a &#8216;migrare&#8217; in un&#8217;altra scuola. Dalla vecchia struttura  scolastica a quella nuova c&#8217;è una gran differenza. L&#8217;uomo comincerà a  cambiare: la sua visione del sistema scolastico diverrà sempre più  cinica.</p>
<p style="text-align: justify;">Girato in stile documentaristico, con svolazzi e stilizzazioni dietro la macchina da presa, Detachment si pone come esplorazione sui nervi dell&#8217;apparato educativo. Fil rouge, voce narrante della storia è lo stesso Henry, ripreso in primo piano su fondale scuro.</p>
<p style="text-align: justify;">Qual  è il dovere di un insegnante? Preoccuparsi di allievi problematici e  disagiati o disinteressarsi di loro per innalzare il prestigio della  scuola, abbandonarli, integrando il &#8216;personale allievi&#8217; con ragazzi  &#8216;normali&#8217;, motivati all&#8217;apprendimento? Il liceo dove Henry presta  supplenza sarà presto destinato alla chiusura. “Molti  insegnanti qui, ad un certo punto, hanno pensato che avrebbero fatto la  differenza. So quanto è importante essere guidati e avere qualcuno che  ti aiuti a capire la complessità del mondo in cui viviamo. Io non ho mai  avuto nessuno mentre crescevo”. (Henry Barthes)</p>
<p style="text-align: justify;">Il  protagonista ha paura di diventare padre, assumendosi responsabilità  per lui troppo onerose in un periodo segnato da angosce e disperazione.  Paura: per il fatto di non essere all&#8217;altezza ( in seguito all&#8217;abbandono  paterno all&#8217;età di sette anni). Paura per non aver mai avuto alle  spalle un solido nucleo familiare sui cui poter fare conto. Un nonno,  forse stupratore della madre. Una madre: alcolizzata, in perenne crisi,  presto suicida. I ricordi di infanzia di Henry, tasselli nella mente del  protagonista che emergono sempre, con prepotenza, saranno immagini  confuse, girate con camera a mano, sgranate e sature di  cromatismi-filtri sanguigni. “Ogni  volta che ci penso io dico che c&#8217;era una sensazione. Credo in me  stesso. Sono giovane e sono vecchio. Mi sono annoiato a morte così tante  volte. Non ce la faccio più, sono andato. Sono come voi”. (Henry  Barthes)</p>
<p style="text-align: justify;">Cosa  significa essere insegnante in una realtà disagiata? Rivelatrice sarà  la voce di Dean Vargas, professore in perpetuo &#8216;congedo&#8217;; egli non farà  altro che lasciare messaggi sulla segreteria telefonica della scuola,  approntando scuse per non recarsi al lavoro. “E&#8217; una faticaccia questa  vita. E&#8217; attesa, interruzione, espulsione, incontri coi docenti, rinvii  di documenti, genitori assenti e i loro figli pericolosi. Loro sono la  paura del dolore. Sputano sulla mia anima. Questa umiliazione finirà. La  disciplina verrà ristabilita. I ragazzi ci tengono al guinzaglio. Siamo  noi quelli sotto giudizio. E&#8217; come una dannata follia. Ogni ragazzo ha  valore? E&#8217; informato e merita un&#8217;educazione? Dannati ragazzini che non  hanno desideri! Nessun fuoco. Nessuna mente da nutrire.” (Dean Vargas)</p>
<p style="text-align: justify;">Il  primo incontro tra Henry ed Erica avviene su un autobus. Primissimo  piano di Henry che piange disperato (dopo aver fatto visita alla  clinica in cui è ricoverato il nonno). Dettagli delle calze  a rete,   scarpe col tacco e minigonna di Erica che pratica sesso orale ad un  cliente. La giovane è la pietra angolare del quadro perchè è un  personaggio collegato ad Henry,<br />
fa parte di Henry. Dice il regista: “  Ho anche questa concezione della fotografia in senso cromatico:  contrasti, buio e luce, neuroni sotto controllo e neuroni fuori  controllo, capelli neri contro i capelli castani e capelli biondi. Sami  Gayle (che interpreta Erica) aveva i capelli castani. Il che per me  implica una “zona fuori controllo”, così ho cercato un Henry Barthes che  avesse i capelli neri, un uomo calmo, controllato. Ho trovato che   Adrien Brody si adattasse alla perfezione. Così l&#8217;ho convinto a gridare e  urlare e buttare sedie tutt&#8217;intorno, l&#8217;ho convinto a esplodere e  tornare alla calma per ritornare ad essere un uomo sotto controllo, per  diventare un genitore”.</p>
<p style="text-align: justify;">“Abbiamo  la grande responsabilità di guidare i nostri giovani in modo che non  finiscano per crollare o arrendersi, diventare insignificanti” (Henry  Barthes).</p>
<p style="text-align: justify;">La  giovane Meredith, allieva di Henry, tutta angosce passione per l&#8217;arte e  talento purissimo, soccomberà a un finale di partita inevitabile e  spietato. Alle spalle una famiglia gretta, un padre che non farà altro  che scoraggiarla, degradandola, sottolineandone l&#8217;aspetto fisico poco  piacente e l&#8217;impraticabilità di sogni campati in aria. La ragazza si  toglierà la vita e sarà allora che Henry comprenderà. Questo è il  percorso del personaggio, la storia del distacco. Meredith lo condurrà  all&#8217;inferno e ritorno. Per il ruolo dell&#8217;allieva sucida, Kaye ha subito  pensato alla figlia Betty. Dirà in un&#8217;intervista: “ Per quel che  riguarda mia figlia Betty, ho sempre pensato a lei (per tre anni in  realtà) per interpretare il ruolo di Meredith. Betty non assomiglia al  personaggio nella vita reale, lei è molto fiduciosa e molto forte e  ultra-determinata a riuscire nella vita, ma ha avuto anche un&#8217;esistenza  difficile: ho calpestato la mia famiglia quando ero molto giovane.</p>
<p style="text-align: justify;">Ero  molto egoista e pieno di ego. Betty aveva cinque anni e la prese molto  male. Rubino, sua sorella, ne aveva due e non ha mai compreso davvero le  mie azioni. Betty ha sofferto molto e credo proprio che abbia portato  in superficie quelle emozioni nella sua interpretazione di Meredith. Non  ho mai saputo se mi sarebbe stato permesso di scritturare mia figlia  come una dei protagonisti, perché sarei stato accusato di nepotismo o  qualcosa del genere, ed ero abbastanza preparato. Se avessi trovato  qualcuno migliore di lei non avrei avuto scelta e Betty avrebbe  rischiato di non parlarmi per anni, ma la verità è che lei è stata  assolutamente perfetta durante l&#8217;audizione e via via dava sempre il  meglio per quel ruolo, la sua recitazione era così dannatamente vera”.</p>
<p style="text-align: justify;">Al termine di pellicola Henry dovrà cambiare nuovamente scuola. Entrerà in classe. Prima lezione. Il racconto <em>La rovina della casa degli Usher</em> si  farà metafora di una globale pesantezza ad accomunare l&#8217;umanità intera:  la descrizione di &#8216;uno stato d&#8217;animo&#8217;. Una visione apocalittica quella  finale. Un&#8217;aula deserta, sedie rovesciate  a terra,  fogli e fogliame  secco ovunque. E&#8217; la fine del mondo, l&#8217;olocausto del sistema umano e  scolastico insieme.</p>
<p style="text-align: justify;">“Per  tutta una fosca giornata, oscura e sorda, d’autunno, col cielo greve e  basso di nuvole, avevo cavalcato da solo attraverso una campagna  singolarmente lugubre, fino a che mi trovai, mentre già cadeva l’ombra  della sera, in vista della malinconica casa degli Usher. Non so come, ma  appena l’ebbi guardata una sensazione d’insopportabile tristezza mi  prese l’anima. Insopportabile, dico, già che non le si univa il  sentimento poetico e perciò quasi piacevole che accompagna in genere le  immagini naturali anche quando siano le più cupe della desolazione e del  terrore.</p>
<p style="text-align: justify;">Guardavo  la scena che mi stava davanti. E lo spettacolo della casa e del  paesaggio all’intorno, le fredde mura, le finestre come orbite vuote, i  radi filari di giunchi e alcuni bianchi tronchi risecchiti, mi davano un  avvilimento così estremo che potrei paragonarlo soltanto allo stato del  mangiatore d’oppio durante l’amaro ritorno alla realtà quotidiana,  l’orribile momento in cui il velo dilegua.</p>
<p style="text-align: justify;">Era  un gelo nel cuore; e una oppressione, un malessere, e nella mente un  invincibile orrore, che la rendeva inerte ad ogni stimolo della  fantasia. Che cosa, dunque, mi soffermai a pensare, rendeva tanto penosa  la contemplazione della casa degli Usher? Ma rimaneva un mistero  insolubile; né io riuscivo ad aver ragione delle ubbie tenebrose che mi  si affollavano dentro mentre riflettevo. E fui costretto a ritrarmi  sulla conclusione poco soddisfacente che esistono combinazioni di  oggetti naturali e semplicissimi che hanno potere di rattristarci fino a  un tal punto, ancorché l’analisi di questo potere dipenda da  considerazioni troppo profonde rispetto a noi. Pensavo che forse una  qualsiasi differenza nella disposizione degli elementi della scena, dei  particolari del quadro, sarebbe bastata a modificare o persino forse a  distruggere tanta forza di dolorosa impressione spinto da questo  pensiero, condussi il cavallo sulla riva scoscesa d’un lugubre stagno  d’acque morte che si stendeva, nel suo nero luccicore, presso la dimora;  e guardai, ma ne ebbi un tremito ancora più profondo; guardai riflesse,  capovolte, le immagini dei giunchi di cenere, dei tronchi sinistri e  delle finestre simili ad occhi vuoti.” (Edgar Allan Poe &#8211; La Rovina Della Casa Degli Usher)</p>
<p>Un film di Tony Kaye</p>
<p>Con Adrien  Brody, Samy Gayle, James Caan, Christina Hendricks, Lucy Liu, Marcia  Gay Harden, Brian Cranston, Betty Kaye, Tim Blake Nelson, Blythe Danner,  William Petersen</p>
<p>Titolo originale: Detachment</p>
<p>Genere: Drammatico</p>
<p>Durata: 97 min.</p>
<p>Sceneggiatura: Carl Lund</p>
<p>Produzione: Greg Shapiro, Carl Lund, Austin Stark, Benji Kohn</p>
<p>Produttore esecutivo: Adrien Brody</p>
<p>Distribuzione (Italia): Officine UBU</p>
<p>Montaggio: Michelle Botticelli, Barry Alexander Brown</p>
<p>Fotografia: Tony Kaye</p>
<p>Musiche: The Newton Brothers</p>
<p>Scenografia: Jade Healy</p>
<p>Costumi: Wendy Schecter</p>
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