Il Pianeta in Castigo
rubrica del Dott. Stefano Montanari.
Ai tempi della Rivoluzione Culturale cinese, uno degli assunti della filosofia maoista corrente era che la Natura dovesse essere dominata. L’Uomo era biblicamente il signore del Creato e del Creato doveva poter disporre a proprio piacere. Così l’espressione di Mao altro non era se non la dichiarazione in poche parole di quella che era la convinzione ubiqua e universale. Così, sempre di più, in Cina come altrove ci si fece sempre più beffe delle leggi naturali che l’Uomo stesso, tramite i suoi scienziati, andava via via scoprendo e i risultati immediati furono splendidi. Io sono abbastanza vecchio per ricordare l’invasione della plastica, un’affollata famiglia di materiali anche molto diversi tra loro chimicamente ma tutti rigorosamente creati in laboratorio per rendere sempre più principesca la vita del Principe dell’Universo. E all’inizio tutto andò come meglio non poteva andare. Poi… Poi, oggi siamo soffocati da quella roba di cui la Natura non vuol proprio sapere. I motori a scoppio, le automobili che regalano libertà di andare dove si vuole senza fatica, gli aerei che scavalcano i continenti, le navi che si caricano delle merci in arrivo dagli antipodi… E ora, anche grazie a loro, già si comincia a non respirare. I rifiuti? Facciamoli scomparire bruciandoli e, da lì, ricaviamo pure energia. Ma quello che esce dai camini lo troviamo nei tumori e nei feti malformati.
No, non voglio continuare. Forse mettere il Pianeta in castigo è stato non tanto un atto di superbia quanto uno d’ingenuità. Forse aveva ragione Francis Bacon, Bacone per noi italiani, quando, mezzo millennio fa, scriveva che la Natura si domina solo obbedendole. Obbedendole, in fondo, come fanno tutti gli esseri che, da bravi passeggeri educati, viaggiano con noi su questa pallina che solca l’Universo per andare chissà dove.
CALEIDOSCOPIO/ Riflessi d’attualità
rubrica di Giorgio D’Orazio.
I concetti di “bello”, “immagine” e “osservazione” che racchiude il nome scelto per questa rubrica, associati da più angolazioni e propensi ad ogni implicazione, restituiscono l’idea che vorrei dare della mia partecipazione al Democratico. Una testata nata spontaneamente, iniziativa imprenditoriale giovanile fresca e immediata ma attenta a 360 gradi.
Sono balzato tempo fa nei box della home, tra gli articoli, le foto, gli aggiornamenti costanti, e ho trovato una “terza pagina” articolata e ricca degli spiragli culturali più diversi; ho guardato con curiosità e apprezzamento all’apertura che voci come Americhe, Africa, Medio Oriente
danno alla testata, che vuol guardare a tutto ma non riduce il tutto alla voce Esteri perché vuol guardarvi liberamente e profondamente. Un quotidiano online, il nostro, con molte pretese certo, ma non improbabili. Bisogna lavorarci e so quanto l’effervescente redazione operi in questo senso: in questo senso per quel che posso scriverò anch’io. Una rubrica sul mondo che riuscirò a percepire, aggiornata ogni volta che una spina o una piuma del nostro universo attuale pungerà o solleticherà il mio bisogno di argomentare per confrontarmi col lettore. Perché è il lettore il padrone del giornale e del giornalista, come voleva Montanelli, ed è lui che nel giornale (e magari nella penna del giornalista) deve poter rintracciare il bello, l’immagine, l’osservazione: lo spunto per interessarsi alla notizia, alla sua società, al suo tempo.
Caleidoscopio sarà allora un’occasione in più, tra le tante offerte dal Democratico, per buttare uno sguardo sull’attualità, per informare e invitare il lettore, per valutare assieme tanto la stasi quanto il dinamismo che circondano le nostre storie. Senza recinti, pregiudizi o tematiche date, senza la presunzione soprattutto d’ingannare il lettore. Perché a metter l’occhio nel caleidoscopio possono scoprirsi cose invoglianti, ma a tenerlo lì incondizionatamente si scoprono di certo disegni artefatti e magari stancanti. Ti prego lettore di leggere il giusto e non stancarti poi troppo.
DEMOCRACY NOW
Nel mondo sono attualmente presenti decine di conflitti di cui la gente non è a conoscenza.
L’informazione globalizzata, infatti, porta all’attenzione dell’opinione pubblica esclusivamente quei fatti che, in sostanza, potremmo definire con l’unica espressione generalizzata di ‘guerra globale’. Non arrivano, invece, notizie riguardanti i tanti focolai di guerra sparsi nelle periferie più povere del mondo, dove la lente dei media non va a guardare per la sua ormai radicata consuetudine di raccontare e riportare i fatti in un’ottica prettamente eurocentrica e relativista, usata spesso in modo propagandistico e non imparziale.Accanto all’intifada palestinese, all’opposizione islamica nel territorio iracheno e alla guerriglia talebana in Afghanistan, infatti, convivono guerre che consumano interi Stati e comunità etniche nel resto del mondo, guerre silenziose che hanno bisogno, allo stesso modo, di essere raccontate.
Asia, Africa, America Latina, Nuova Zelanda sono teatri di scontri che logorano le popolazioni e i territori in cui esse vivono, sotto gli occhi indifferenti dell’informazione.
Democracy Now si propone come una rubrica il cui intento sarà quello di raccontare cosa succede attualmente in Thailandia, India, Kashmir, Sri Lanka, Costa d’Avorio, Nepal, Congo, Somalia o Indonesia, cercando di riportare e di capire quali siano le dinamiche che danno origine ai conflitti etnici o socio-politici all’interno di gruppi, tribù, popoli indigeni e tribali o minoranze etniche, siano esse interne ad uno Stato che non ne riconosce le specifiche peculiarità, o assestate lungo linee di frontiera. L’intento sarà anche quello di osservare quali siano le attuali condizioni di vita nei Paesi coloniali di recente indipendenza, dove la stessa concezione di “Stato” è avvertita come debole e artificiale, come sta avvenendo ad esempio nell’Africa Subsahariana. Un impegno sincero sarà anche quello di ricostruire la storia degli emigranti e dei rifugiati politici, poiché è anche dai loro spostamenti che si sono originate nuove enclaves etniche, che danno vita a scontri e problemi sociali e culturali di spessore rilevante in molti Paesi. Vedremo, poi, come popoli di origini antiche abbiano risposto all’incorporazione in nuove strutture statali, come gli Inuit e i Sami delle Regioni Artiche o i popoli indigeni dell’Asia Meridionale e Sud-Orientale.
Democracy Now è uno sguardo allargato sul mondo, che non è fatto solo di guerre di potere o di petrolio, di terrorismo armato o psicologico: il presente abbraccia tante sfumature, popoli, diversità e culture. Abbandonando una mentalità esclusivamente eurocentrica, verranno sconfinate, insieme alle frontiere, anche le logiche occidentali: questo è l’unico modo per guardare il mondo…per capire, davvero, di cosa facciamo parte.
GOOD NEWS/ Buone notizie
rubrica di Luca Meneghel.
La crisi economica morde, la Grecia è sul baratro e anche l’Euro non se la passa troppo bene. In Afghanistan i talebani continuano a colpire. L’Iran se ne frega delle risoluzioni delle Nazioni Unite. Il vulcano islandese erutta, paralizza gli aeroporti e chissà quando la smetterà. La marea nera nel Golfo del Messico devasta un ecosistema già piegato dall’uragano Katrina. In Russia, fare il giornalista è sempre più pericoloso. In Occidente, centinaia di giornali rischiano di chiudere i battenti. L’ombra della cricca si allunga sull’economia italiana. A Bangkok è guerra civile nelle strade. Un serial killer terrorizza Roma. Basta così. Non male per iniziare la giornata, non trovate? Pensateci: giornali e notiziari assomigliano sempre più a un bollettino di guerra. Le cattive notizie imperano, il pessimismo cosmico serpeggia nelle redazioni. Le disgrazie, del resto, attirano lettori. Ma che fine hanno fatto le buone notizie? Sono davvero scomparse? Chi scrive pensa di no: le buone notizie esistono ancora, solo è diventato molto più difficile farle emergere dal mare della comunicazione globale. Eppure, di tanto in tanto, avremmo davvero bisogno di ascoltare qualche lieto evento…
“Buone notizie” è il titolo di questa rubrica. L’obiettivo, lo avrete capito, è chiaro: raccontare, periodicamente, qualcosa di bello. Potrà essere una notizia che riguarda tutti – aumento dell’occupazione, abbassamento delle tasse, miglioramento dei trasporti – o una storia particolare, capace di infondere un po’ di ottimismo in questi tempi bui. Sarà una rubrica agile, un semplice resoconto di eventi positivi. Un ago nel pagliaio del pessimismo, certo, ma capace di strappare un sospiro di sollievo. Questo, perlomeno, è ciò che speriamo.
GLAMORAMA/ La guida
rubrica di Viola Carlotta Buttarelli.
Siamo la generazione bruciata del Mac, dell’AD, del Vodka Collins. Siamo il mondo dell’Essere nell’Apparire, del serico undici gradi, del caro pressing, che chiede alla Bella Vita il gold, il piacere, il brivido, perché niente è più profondo del superfluo. Deleghiamo al Roseberry Martini il dolore di un tradimento, a Via Monte Napoleone il graffio di un risentimento, all’Avakian Genève il tragico scontento. Per piacersi il trans indossa Le Silla, Wonderbra e La Perla. Per farsi uomo la donna usa tuxedo mood, Partagàs e doppio nodo Windsor. Vige il Dress to Impress per sopravvivere e conta lo slang del role model per vivere.
Quindi Watch Out!
Dalle icone del Per Sempre come Barbie o il rosso del Valentino, agli style del vintage Portobello e del democratico Zara mercato, dal Lipometric miracoloso al Club con Slam Poerty per vezzo, il The Rules of Attraction verte a descrivere l’oggetto, il trend, la moda del tuo giorno e del nostro sogno, relegando al Teenage Wasteland degli Who, la crisi del vero e del reale bisogno.
LE CINèMA/ Cinema d’essai
rubrica di Claudia Catalli
“Vive le cinéma”, mi scrisse un giorno Patrice Leconte su un block notes. Era una delle mie prime interviste, non capivo bene il senso della dedica, non comprendevo la grinta con cui questo cineasta avanti con l’età imprimeva sul foglio la sua voglia di resistere e di esaltare il cinema, un certo tipo di cinema. Quel cinema che non si regge su attori da vetrina o sulle mode, che non si valuta in base agli incassi, che non ha e non avrà mai prezzo perché non è mero prodotto commerciale ma uno strano connubio di arte e vita. Vita con le parti noiose tagliate, per usare un felice aforisma hitchcockiano, o piuttosto verità ventiquattro volte al secondo, come sosteneva Godard.
Questo è il cinema che proveremo a raccontarvi, cercando di dar voce ai sommersi, agli invisibili, a tutti quei film di scarsa distribuzione, che faticano a circolare perché i numeri, al giorno d’oggi, sono maledettamente più importanti delle idee.
Una rubrica in controtendenza con quello che accade oggi sui giornali, dove si soffoca la critica e il colore ha sempre più spazio, dove si pubblicizza un cinepanettone e si trascura un’opera indipendente d’inchiesta sociale, dove si esalta chi fa cinema per soldi e non per emozionarsi ed emozionare. Se questo nostro bizzarro esperimento andrà a buon fine, dipenderà unicamente da voi lettori: siete stufi di un mercato che decide puntualmente per voi, che vi impone i film da vedere distribuendoli in centinaia di sale e relegando quelli più difficili e magari interessanti a qualche sparuta decina? Bene, allora seguiteci. Ne vedrete delle belle, perché il cinema di nicchia non esiste: esistono bei film, coraggiosi e purtroppo sconosciuti, che vale decisamente la pena scoprire.

